Come spesso accade con Robert Zemeckis, un suo film pone una
questione filosofica già a partire dal titolo dell’opera: here, qui. Si chiama
così anche la splendida graphic novel di Richard McGuire alla base
dell’operazione, ma il “qui” disegnato su carta assume (almeno) una coordinata
in più quando viene trasposto al cinema, che è il tempo, il movimento, il
divenire, l’ “adesso”. Hic et nunc, qui e ora. Le coordinate del cinema di
Zemeckis da sempre, d’altronde, unite all’ossessione sempre viva di catturare
“a vista” le mutazioni che avvengono ai corpi e alle cose durante la loro
permanenza sullo schermo.
Si tratta di quello che Bruno Latour (nel suo volume
postumo, il bellissimo Dove sono?) chiama ‘il disgelo del paesaggio’. “Questo
cambiamento di forma si basa su una constatazione molto semplice: noi umani non
abbiamo mai fatto l’esperienza di incontrare le ‘cose inerti’ che a quanto pare
componevano il mondo ‘materiale’. È evidente se abitate in città, dato che ogni
millimetro del vostro ambiente di vita è stato fabbricato da esseri umani,
vostri simili, ma è altrettanto evidente se state in campagna, dato che ogni
singolo particolare del territorio è opera di un essere vivente, talvolta anche
molto lontano nel tempo. Questa sensazione che le cose abbiano una consistenza
vale per l’intera estensione della zona critica. Le ‘cose inerti’ esistono solo
per un’esperienza del pensiero che vi trasporterebbe, con l’immaginazione, in
un mondo in cui nessuno ha mai vissuto. Di qui sorge la domanda: la sensazione
di questa evidenza modifica oggi il vostro modo di essere, di guardare al
futuro, di situarvi nello spazio, di capire quella che chiamate libertà di
movimento?”
Ecco perché i personaggi di Here guardano spesso davanti a
loro e raramente alle loro spalle, con un espediente rubato al linguaggio delle
soap opera (chi ha familiarità con le telenovele sa che spesso i protagonisti
guadagnano il primo piano avvicinandosi all’obiettivo della camera fissa, con
le altre figure in scena che parlano loro da dietro le spalle o dal fondo del
quadro): la portata dei quesiti che queste storie portano con sé travalica il
gonfio aspetto mélo delle vicende familiari di Richard e Margaret, e anche la
sperimentazione su deaging e velocità di rendering dell’AI, per farsi
riflessione su uno dei problemi centrali del nostro tempo – la nostra posizione
nel campo d’azione dell’immagine, ora che ogni finestra sull’esterno, come
accade decine di volte nel film, si è frammentata in una quantità di schermi
più piccoli che si affastellano gli uni sugli altri davanti ai nostri occhi. Le
volte in cui i protagonisti guarderanno attraverso la grande finestra che
sovrasta il salone si contano sulle dita di una mano, quell’apertura serve
soprattutto per far entrare il fuori nell’interno (i pompieri, gli archeologi)
– e infatti nell’incipit le due sedie vuote voltano le spalle alla finestra,
guardano verso di noi, come un invito a sedersi agli spettatori, per guardarsi
allo specchio (quanto Harold Pinter c’è in tutto questo dispositivo?).
No non ora non qui questa pingue immane frana
È un problema di quadro prospettico, cioè una delle
questioni cruciali delle rappresentazioni artistiche sin dalla notte dei tempi:
non è un caso se Here, nello stesso istante in cui attraversa la cosmogonia di
Terrence Malick e le invenzioni da camera di Michel Gondry, di fatto riparte
dalle origini frontali del dispositivo, e perciò dalla struttura della sit-com,
inquadratura fissa sul salone di casa, il divano come protagonista nascosto,
gli attori che crescono e invecchiano col passare degli episodi e delle
stagioni (la stessa intuizione che aveva avuto il vicino WandaVision, a
pensarci bene). “Come sottolineare una simile mutazione?”, si chiede al
riguardo sempre Latour: “Affermando che i terrestri non si trovano più davanti
a un paesaggio” (la sequenza cruciale in cui rivediamo al contrario i filmini
familiari del capofamiglia Al proiettati sul lenzuolo bianco del quale lo spettatore
si trova alle spalle….).
Ecco allora che la natura prepotentemente immersiva di
questo piano fisso riconnette tutta questa parabola con il destino sempre più
installativo del cinema-che-verrà (Here come La zona d’interesse apparentemente
senza l’Olocausto?), la visione di un panel che interagisce con i nostri occhi
mentre muta e si apre “in diretta” con noi. Esiste ancora la possibilità di un
punto di fuga? Perché i personaggi di Here tutto sembrano volere, tranne che
starci, in questo qui e ora (un’altra delle grandi questioni del
contemporaneo…) – ma le case natali pretendono il loro tributo (come ben sa il
fantasmino di A ghost story), e così Margaret cercherà di andarsene per una
vita intera, il padre di Richard sarà destinato a tornarci per i suoi ultimi
giorni, Richard stesso resterà intrappolato in quel salone da solo, i suoi
sogni infranti come quelli di suo padre.
Alla stregua del fumetto da cui è tratto, Here vuole essere
anche un compendio di come il progresso tecnologico abbia influito sulla nostra
concezione di spazio domestico (l’entrata in scena del televisore, della super8
casalinga, delle poltrone reclinabili, fino alle mascherine da Covid…). In
questo, nella malattia del personaggio di Margaret è contenuta anche
un’indicazione (come già facevano The Father di Zeller e Vortex di Noé) su
quanto la ricostruzione virtuale “aumentata” di ambienti familiari potrà
aiutarci in futuro (a quanto dicono diversi esperti come Federico Faggin e
altri) con la comprensione del deperimento neurologico, di cui conosciamo
ancora molto poco. In altre parole, sempre prese in prestito da Bruno Latour:
“che cosa succederebbe se i protagonisti di questa storia riprendessero a
camminare, voltandosi di nuovo di 90 gradi, stavolta però nella direzione
giusta, per rituffarsi nel flusso delle cose, che a loro volta riprenderebbero
il cammino smettendo così di permettere ad altri di limitarsi a rappresentarle?
Dalla parte degli ‘oggetti’ si produrrebbe un allegro trambusto. […] Anche qui,
di nuovo, è come il disgelo di un fiume. Fine del naturalismo”. Ecco.
Regia:
Robert Zemeckis
Interpreti:
Tom Hanks, Robin Wright, Kelly Reilly, Michelle Dockery, Paul Bettany, Ophelia
Lovibond, Jonathan Aris, Nikki Amuka-Bird, David Fynn, Lilly Aspell, Mitchell
Mullen
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 104′
Origine: USA, 2024
Pubblicato su
sentieriselvaggi.it , 8 Gennaio 2025 di Sergio Sozzo
Una foresta si estende fino al di fuori dell’inquadratura
e la zampa di un tirannosauro irrompe nel mentre il rettile è all’inseguimento
di un altro dinosauro. Così ha avuto inizio la vita complessa sulla Terra e
così inizia anche il nuovo film di Robert Zemeckis, Here, che parte da 65
milioni di anni indietro nel tempo per documentare, senza un reale ordine
cronologico, la storia di un singolo appezzamento di terreno.
Pochi metri quadri eletti a casa da una popolazione
indigena nel XV secolo, poi terreno della tenuta di William Franklin, sulla
quale viene eretta una casa all’inizio del XX secolo. La stessa casa che
ospiterà ben tre differenti famiglie nel corso del ‘900, l’ultima delle quali
la abiterà per due generazioni fino alla vendita a dei nuovi abitanti a ridosso
degli anni ’20 del XXI secolo, che la occuperanno nel periodo del covid per
lasciarla nuovamente, nel 2024, ai precedenti proprietari ormai anziani.
L’ultrasettantenne Zemeckis continua ad essere il regista
“sperimentatore” per antonomasia, un autore che non rinuncia mai a mettersi
alla prova e affrontare con il piglio curioso che l’ha sempre contraddistinto
nuove sfide tecnologiche. Con Here, lo scoglio da superare era il trascorrere
diegetico del tempo e l’esigenza di mostrare gli stessi personaggi a distanza
di molti anni, senza ricorrere a make-up o differenti attori di varia età. A
venire in soccorso di questa esigenza non è stato il semplice deep-fake o la
CGI impiegata per analoghe operazioni cinematografiche recenti, ma una tecnologia
di intelligenza artificiale generativa nota come Metaphysic Live, utile a
ringiovanire il volto degli attori in tempo reale senza pesanti interventi di
post-produzione. Il risultato è decisamente sorprendente e Tom Hanks, Robin
Wright, Paul Bettany e Kelly Reilly, mostrati nelle varie fasi della loro vita,
ringiovaniti e invecchiati, offrono un effetto assolutamente realistico.
Ma, ovviamente, Here non è solo progresso tecnologico,
così come non lo sono stati Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Forrest Gump,
Polar Express ed altri titoli importanti nella carriera di Zemeckis che hanno
affrontato a muso duro l’innovazione tecnica.
Here è, innanzitutto, un film unico, un’opera
estremamente originale che vuole ragionare sull’unità di spazio. Il tempo è
ciclico, come possiamo facilmente vedere nelle varie storie che compongono il
racconto, occupato da vite che però non sempre iniziano e finiscono dinnanzi
agli occhi dello spettatore.
Ad occupare il segmento più importante in Here è la vita
della famiglia Young, che vive in quel luogo per due generazioni, estendendosi
ad una terza. Osservando le vite di Al (Paul Bettany), Rose (Kelly Reilly),
Richard (Tom Hanks) e Margaret (Robin Wright) siamo testimoni con loro della
gioia, della tristezza, del dolore, della nascita, della malattia e della
morte. La famiglia Young è una famiglia “tipo”, archetipo e stereotipo,
testimonianza di vita umana all’interno di uno spazio circoscritto
rettangolare. Uno spazio che si sdoppia, triplica, sovrappone e alterna in
dissolvenze attraverso continui pop-up, anzi vignette, che consentono allo
spettatore di andare avanti e indietro nel tempo per scorgere cosa e quando sta
accadendo in quel rettangolo di vita.
E non è un caso, dal momento che Here è l’adattamento
cinematografico di un graphic novel dallo stesso titolo scritto e illustrato da
Richard McGuire nel 2014 come ampliamento di un’opera a fumetti del 1989.
Proprio dal linguaggio del fumetto riprende il montaggio a finestre dove nella
stessa inquadratura si incontrano diverse epoche.
E qui, in questo audace montaggio, si trova la seconda
prova che Zemeckis ha voluto affrontare, ovvero scardinare il linguaggio
classico del montaggio cinematografico reinventandolo a favore
dell’inquadratura unica. Perché Here utilizza, appunto, una sola inquadratura
per 105 minuti, facendo sì che la vita dei personaggi si svolga davanti a
quell’obiettivo, almeno nei momenti salienti. Questo implica qualche forzatura
nel far collimare luogo ed eventi, ma è necessario alla stessa grammatica
intrinseca all’operazione.
Quello che possiamo rimproverare a Here è l’eccessivo
affollamento di vite che occupano nel tempo quello spazio. Non adottando una
narrazione cronologica e avendo la necessità di spostarsi di continuo da una
finestra all’altra, il film di Zemeckis finisce per peccare in affezione. Cioè,
è la famiglia Young a spiccare all’interno della varietà di personaggi, ma si
ha la sensazione che ci sia sempre troppo poco tempo per raccontarne la storia
e per far affezionare lo spettatore a quei personaggi. Per di più, ci sono
momenti di fortissima emotività nel film, in cui si affrontano lutti
improvvisi, malattie, ma anche la gioia della nascita e alcune belle notizie,
solo che c’è sempre una finestra pronta ad aprirsi su un altro momento, magari
lontanissimo nel tempo, che interrompe l’intensità di quello che si sta
vedendo.
Dopo diversi passi falsi (cerchiamo ancora di dimenticare
il suo Pinocchio disneyano), Zemeckis con Here torna a lasciare il segno, a
sperimentare un nuovo modo di pensare e portare in scena il cinema. E lo fa
riunendo la squadra di Forrest Gump che non si limita a riavere uno a fianco
all’altra Tom Hanks e Robin Wright, ma riunisce dopo 30 anni anche lo
sceneggiatore Eric Roth, il direttore della fotografia Don Burgess e il
musicista Alan Silvestri.
Here non è esente da difetti, anzi è un “esperimento”
altamente migliorabile, ma proprio in quanto tale è destinato a farsi ricordare
e ribadire come il cinema sia un mezzo dalle possibilità espressive
praticamente illimitate.
Pubblicato su darksidecinema.it
il 10 Gennaio 2025
Here, ovvero “qui”, diretto da Robert Zemeckis, tratto
dal fumetto omonimo di Richard McGuire e interpretato sul grande schermo da un
cast di attori notevoli: Tom Hanks e Robin Wright nei ruoli principali (un po’
troppo teatrali, ma ci torno dopo) e poi Paul Bettany (di gran lunga il
migliore, ma torneremo anche su di lui), Kelly Reilly, Michelle Dockery e
Gwilym Lee.
La premessa è nota: McGuire, classe 1957, creò nel 1989,
con sole 36 vignette in bianco e nero sulla rivista Raw, quello che viene
considerato un capolavoro e un’opera rivoluzionaria nel mondo del fumetto,
capace di cambiarne per sempre la prospettiva. Il fumetto racconta eventi
accaduti in un singolo angolo di una stanza in Pennsylvania durante diversi
momenti della storia. La prospettiva temporale copre praticamente tutta la
storia del pianeta o quasi. E la versione espansa di oltre 300 pagine
pubblicata da McGuire nel 2014 rende giustizia all’ambizione iniziale
dell’opera, portandola su un livello ancora più alto.
Zemeckis, nato invece nel 1952, regista rivoluzionario e
pluripremiato (dagli Oscar ai Golden Globe fino agli Emmy), ha girato grandi
successi come Ritorno al futuro e Forrest Gump, ma anche film meno apprezzati
come The Polar Express, Monster House, Beowulf e Pinocchio. Avido
sperimentatore e innamorato perso degli effetti speciali, per Here Zemeckis ha
usato una tecnologia basata sulla AI mai sperimentata prima, che consente di
invecchiare o ringiovanire gli attori in tempo reale durante le riprese.
Cominciamo dal tempo della narrazione, che è la chiave
visiva dell’opera di McGuire: Zemeckis e il suo co-sceneggiatore Eric Roth
(Forrest Gump, Dune, Killers of the Flower Moon) lo hanno compresso,
sfrondato, intessuto in maniera più stretta attorno a pochi archi narrativi,
ridotto nella durata temporale e reso più discorsivo rispetto al fumetto.
L’operazione non ha snaturato il testo originale ma ne ha reso visibile un
“trucco” che McGuire gestisce con più eleganza (e che poi è il problema
maggiore del film).
Si tratta della trama, costruita attorno all’intreccio di
storie normali, piccolo-borghesi di poche persone che vivono vite anonime nella
provincia americana attraverso i secoli (pure tra gli indiani). Queste storie,
se rimangono solo alluse e intrecciate per giustapposizione silenziosa, sono
più misteriose, evocative e quindi universali. Se invece vengono esplicitate,
si trasformano in una serie di storie americane “piccole piccole”. O, meglio,
dal punto di vista dello spettatore, di una clamorosa crisi di mezza età. Un
rendersi conto del cambiamento del tempo e della mortalità di tutti, inclusi
noi stessi. Dato che a quanto pare lo spettatore tipo di questo film per
Zemeckis è una persona di mezza età, l’operazione risulta particolarmente
“esclusiva” per le altre categorie. Ma anche su questo torniamo tra un attimo.
La seconda leva che Zemeckis ha usato per risolvere il
suo problema è stata quella della recitazione del suo cast. Un cast che ha
cercato evidentemente una propria chiave di lettura per personaggi che sono
stereotipi di alto livello. Non a caso c’è anche Michelle Dockery, donna di
fine Ottocento ma che è anche un volto estremamente conosciuto dal grande
pubblico per il ruolo di Lady Mary Crawley nello sceneggiato Downton Abbey. La
ricerca del cast è andata in una sola direzione: quella della messa in scena
teatrale (sul perché ci torniamo anche qui tra un attimo), e questo ha portato
alla rigidità e platealità delle mosse di Hanks e Wright a cui facevo cenno
prima e a un generale modo di entrare e uscire dalla scena che è artificiale e
costruito, così come molti dialoghi.
Arriviamo alla cinematografia, terza leva per Zemeckis.
La scelta di avere la stessa inquadratura fissa, come nel fumetto, sciogliendo
però nei dialoghi lo scorrere parallelo e silenzioso, ondivago e allusivo del
fumetto, ha un effetto positivo e uno negativo. Quello positivo è che rende il
film esteticamente molto gradevole, e la sua sperimentazione risuona facilmente
comprensibile anche a chi non ha mai letto il fumetto. Questo rafforza, insieme
alla struttura della storia (anche questa presa dal fumetto) la coerenza del
lavoro di Zemeckis. Invece, introduce uno spazio unico in cui per di più si
gioca una specie di Morte di un commesso viaggiatore in minore, che tocca un
riflesso condizionato di quasi tutti gli attori verso una recitazione teatrale
molto spinta.
Si salvano da questo soprattutto Paul Bettany, come
dicevo sopra, che è un attore secondo me eccezionale e non ancora sfruttato al
meglio. E poi Kelly Reilly, che nel film recita la parte di sua moglie. Forse,
a ben guardare, è la sua recitazione quella più intensa e credibile del film,
seguita di misura da quella di Bettany.
C’è già in rete un certo piglio negativo riguardo al
film. Perché il lavoro di Zemeckis è difficile da decodificare da chi si
aspetta trame più “mosse” e convenzionali, oltre che molto rigido e
stereotipato (la storia “spiegata” dai dialoghi un po’ banali rispetto ai
silenzi allusivi del fumetto) e in parte anche sepolto vivo dagli effetti
speciali. Siamo a tutt’altro livello rispetto a The Polar Express, ma la
critica va in quella direzione.
A mio avviso, il film può risultare noioso, confuso e
privo di coinvolgimento emotivo soprattutto per chi non ha una empatia con
quella che è la chiave di lettura più profonda: è un film sui boomer che
invecchiano, un arco che lega due crisi. Da un lato c’è quella della mezza età
degli spettatori di riferimento di Zemeckis, che da ragazzini avevano visto
Ritorno al futuro e poi un po’ dopo Forrest Gump e poi Castaway. Dall’altro c’è
quella di fin de vie che aleggia nel film, perché si invecchia, il tempo passa
e poi alla fine ce ne andremo via tutti.
Può risultare un film poco empatico anche se si considera
un altro aspetto, e cioè la maggiore “americanità” della pellicola rispetto al
fumetto: ci sono tanti riferimenti culturali alle epoche americane, oltre a
numerose citazioni dei film precedenti di Zemeckis. Questo rende il film
profondamente alieno a chi invece l’America la conosce non direttamente ma solo
mediante serie e film. Se manca un lessico famigliare e dei ricordi
generazionali di quel Paese, l’opera di Zemeckis risulta più fredda, distante.
E poi, diciamocelo francamente, il film è anche un po’
stanco, lento, perché la trama non è particolarmente coinvolgente. Manca
completamente, ad esempio, la dimensione del dramma famigliare: la vita è fatta
di tradimenti e di orientamenti sessuali diversi, non solo di frustrazioni e di
sacrifici auto-penalizzanti.
Se aggiungo anche che, mentre il graphic novel è stato celebrato
come un’opera d’arte innovativa, il film è un esperimento non perfettamente
riuscito, che non cattura l’essenza e l’impatto dell’opera originale, tutto
questo potrebbe sembrare una stroncatura. Invece, non è questa l’intenzione.
Here è un film molto ricco dal punto di vista visivo e molto intimo, quasi
minimalista, declinato soprattutto per una certa demografia (i boomer). È un
film che parla a tutti? No. È un film che vale la pena di vedere? Certo che si.
Pubblicato su fumettologica.it di Antonio Dini , 9
Gennaio 2025