sandblow
mercoledì 7 gennaio 2026
2025 Rewind
martedì 16 dicembre 2025
Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (2025)
Un viaggio alla
scoperta del più grande paradosso nel cuore del vuoto, dove si nasconde
probabilmente il segreto del sentimento. Una magnifica partitura. Leone d’oro a
Venezia82.
Opera unica ma tripartita, trittico quadro famigliare con le
sue dinamiche. Relazioni tra adulti, vissute nel presente, da concepire in una
sola dimensione temporale, in tre luoghi del mondo diversi. La commedia si fa
“appunto” antico e strutturato, con le tipiche progressioni armoniche del
cinema di Jim Jarmusch, in cui si espandono quelle magiche “note abbassate” che
evocano malinconia e lotta, felicemente invischiate, intervallate, in un più
complesso e virtuosistico genere, fatto di improvvisazioni e ritmi più
sincopati. Insomma, l’ineguagliabile spartito del regista ci lascia fluttuare
ancora una volta nel guado tra nostalgia e malinconia, così che il desiderio
per il passato lasci il passo ad una più vaga, quanto magica, tristezza, legata
ad una perdita indefinita o a quell’insostenibile senso di insoddisfazione
esistenziale. “Father” è ambientato nel nord-est degli Stati Uniti, tra la
neve, e Tom Waits, che vive da solo, riceve la visita dei suoi due figli (Adam
Driver e Maiym Bialik) che non vedeva da diversi anni.
Regna l’apparenza, il distacco, il non conoscersi, i
silenzi, gli imbarazzi, ma l’ascia di guerra che ad un certo punto imbraccia
Tom Waits, per dare una prova ai figli di come trascorre il tempo spaccando
legna, proprio al centro del soggiorno, rischiando di colpire anche la figlia,
mostra quello che pochi possono permettersi al cinema: l’anti-azione. Nel
pianeta di Jim Jarmusch, dove i dettagli si accumulano a dismisura, quel vaso
di fiori posizionato al centro della tavola bandita per il tè delle cinque,
realizza il non-sapere, impalla le interpreti, va sostituito e si fa altro tassello
imprescindibile dell’anti-azione filmica. A Dublino “Mother” Charlotte
Rampling, scrittrice di successo, ritrova al consueto appuntamento del martedì
a casa sua le due figlie così tanto apparentemente diverse (Cate Blanchett e
Vicky Krieps) e oscurate. Mancano pezzi dappertutto, corpi, presenze, quel
legame spazio-temporale ancora una volta non si esprime in transizione,
dissemina però prove di vita, sul pianeta ancora inesplorato, di oggetti e
motti. Oggetti e motti che sconfinano e saldano un’ideale famiglia allargata:
il rolex falso o vero, l’acqua filtrata o pura e “bob è vostro zio” in
“desolandia”.
A Parigi “Sister Brother” (Indya Moore e Luka Sabbat) devono
raggiungere in macchina il vecchio appartamento dei genitori, prematuramente
scomparsi per un incidente aereo. Per l’ultima volta vogliono ritrovarsi tra le
mura dell’infanzia, vissuta nella cultura hippie e ai limiti della legalità.
Fanno una sosta per il caffè senza sigarette. Manca il post ad ogni evento,
manca la nicotina, la sostanza tossica, la dipendenza, o meglio la
codipendenza, quella disfunzione di totale annullamento al punto di sacrificare
i propri bisogni e desideri. Potrebbe essere considerato un Jim Jarmusch
minore, perché i suoi proverbiali deragliamenti visivi e narrativi sembrano
essere oggi più calcolati, misurati, le sue febbrili alterazioni relativamente
“curate”, ma resta sempre inalterato il vuoto in cui ci lascia sprofondare,
quel vuoto che non è assenza, ma una presenza sottile e potente, un mare
invisibile di possibilità. Il suo viaggio è sempre alla scoperta del più grande
paradosso, perché nel cuore del suo e nostro vuoto, evidentemente si nasconde il
segreto del sentimento.
Pubblicato su sentieriselvaggi.it, 16 Dicembre 2025 di Leonardo Lardieri
Father Mother Sister Brother è infatti un film tripartito,
diviso in segmenti tra loro completamente staccati non fosse altro per qualche
rimando interno – giochi di parole, battute che si ripetono, maglioni della
stessa fattura su personaggi diversi e via discorrendo –, così come già erano
Mystery Train – Martedì notte a Memphis, Taxisti di notte e Coffee and
Cigarettes (quest’ultimo unico titolo fino a oggi della filmografia
jarmuschiana a essere stato selezionato a Venezia, in quel caso nel 2003 e
fuori dal concorso). L’episodio, che nell’ottica del regista assume un valore
eterno, immateriale e denso di significato allo stesso tempo, la fa da padrone
anche in questa nuova sortita; allo stesso tempo domina la scena lo spaesamento
geografico, visto che un Father è ambientato nel nord-est degli Stati Uniti,
Mother a Dublino e Sister Brother a Parigi, e l’epicentro del discorso sono gli
affetti famigliari in crisi, magari perduti e da ritrovare. Un discorso che
Jarmusch ha più volte affrontato nel corso della sua carriera, basti pensare a
Eszter Balint che dall’Ungheria va a trovare suo cugino John Lurie a Cleveland
(Stranger Than Paradise), o al dongiovanni Don Johnston che deve fare i conti
con un figlio diciannovenne che non ha mai conosciuto (Broken Flowers), e che
qui si estrinseca attraverso tre momenti conviviali, o supposti tali, tra
membri della stessa famiglia. In Father un fratello e una sorella – Adam Driver
e Mayim Bialik –, entrambi con un buon livello lavorativo e di vita, vanno a
trovare l’anziano padre con cui hanno un rapporto tutt’altro che risolto e che
non pare passarsela molto bene economicamente, tra problemi con un muro di casa
e con il pozzetto che gli fornisce l’acqua potabile; in Mother tocca invece a
due sorelle ritrovarsi nella bella magione della madre scrittrice per il loro
appuntamento annuale, momento rituale in cui insieme bevono tè e mangiano
pasticcini; infine Sister Brother vede due gemelli entrare per l’ultima volta
nell’appartamento parigino dei genitori, morti in un incidente aereo mentre volavano
verso le Azzorre.
Tra rimandi continui a modi di dire anglosassoni – Bob’s
your uncle, vale a dire su per giù “Ecco fatto!”, che in tutti e tre gli
episodi viene pronunciato –, interrogativi affatto essenziali sull’opportunità
o meno di brindare con il caffè, con il tè o con l’acqua, segreti grandi e
piccini da tenere ben preservati anche di fronte agli affetti più intimi, i
soliti dialoghi semplici e stratificati a un tempo, i rimandi a Jean Eustache
(qui appare in scena Françoise Lebrun) e una regia netta, diretta, priva di
fronzoli, Father Mother Sister Brother rischia di assumere le sembianze del
buen retiro, dell’alcova nella quale Jarmusch può proteggere la sua identità
autoriale muovendosi in territori a lui fin troppo consoni. Certo, si respira
di quando in quando sia l’acredine di una cattiveria strisciante e sardonica –
in particolar modo nell’episodio iniziale, grazie anche e soprattutto a un
luciferino Tom Waits – che la dolcezza che da sempre contraddistinguono le due
anime del regista, ma l’impressione è che ci si senta sempre troppo al sicuro,
come se in fondo non si sentisse davvero l’urgenza di confrontarsi con il mondo
esterno. Ma in fin dei conti può andare bene anche così, perché se è vero che
il fan duro e puro di Jarmusch rintraccerà nei tre segmenti tutto o quasi ciò
che ama del suo idolo, è altrettanto vero che un’opera come Father Mother
Sister Brother riecheggia di epoche lontane e oramai perdute, quando fuori
dalla schiatta mainstream di Hollywood ci si imbatteva in registi che si
sapevano muovere in direzione ostinata e contraria rispetto alla marea
montante. Ere geologiche fa, ma che fa bene potersi ancora ricordare di aver
vissuto.
Pubblicato su quinlan.it, 01/09/2025 by Raffaele Meale
In
appearing to give you nothing, Jim Jarmusch‘s almost perversely downplayed trio
of short stories “Father Mother Sister Brother” winds up giving you almost
everything if you can tap into its cool vibrations.
Packed into
the film‘s triptych of globe-spanning episodes about estranged adult children
and their late-in-life parents coming together again (at least geographically
speaking, when not emotionally) is a profound appeal: If we as children don’t
bother to ask our parents questions, meet them halfway, why should they bother
with us? If you felt not loved by your parents enough as a child or rejected by
them as an adult, maybe that’s because they felt you didn’t need them anymore,
and so resumed living their own lives. What if familial damage is too late to
repair? Jarmusch would argue it’s not, though with his hushedly sad new movie,
he’s not about to coax his characters along the psychoanalytic dotted line from
childhood resentment to coughed-up, adult-age catharsis.
Writer/director
Jarmusch has called “Father Mother Sister Brother,” which he wrote in three
weeks, an “anti-action film,” but if you’re looking closely enough or tuned in
to its hangout-movie sensibility, it has more action than most bona fide action
movies, even when much of the action here is offscreen, under-the-surface,
unsaid. He cuts through the scrambling frequency of stunted emotions like a
hyper-focused samurai, with a katana in bullet time, a reverb-guitar-driving
musical score he wrote himself encouraging you to pause and smell the roses. Or
at the very least, watch the skate kids do ollies in slow-mo.
Jarmusch,
the slow-cinema beat poet who has long eschewed theatrical drama in favor of
slices of life in which nothing much happens, yet everything also does, drains
“Father Mother Sister Brother” of easy or any resolution. It’s a meditation on,
not a mining of, ordinary people who bring to their present some kind of past
discontent that’s never articulated. With words, anyway.
Like Adam
Driver and Mayim Bialik in the section “Father” as siblings doing a wellness
check on their hermit-crab father (a wonderfully gristly septuagenarian Tom
Waits, who’s been kicking with Jarmsuch for decades now). They resemble more a
pair of child welfare agents or insurance salespeople in their chilly remove
from their dad when they show up to his porch, having spent the car ride over
equivocating about a prior incident at their mother’s funeral. Some years back
at her memorial, their father had some kind of breakdown. In that car ride, the
brother and sister talk like nervous neighbors over a fence.
The story
resets, and the characters shuffle: Gathering across the pond in Dublin are
Timothea (Cate Blanchett) and Lilith (Vicky Krieps) at their mother’s
(Charlotte Rampling) home for afternoon tea in “Mother.” Lilith, a hustling
fashionista and influencer with teased-out pink hair, seems to have money
troubles, unable to afford the Uber there or back despite a designer bag over
her shoulder and in conspicuously consumptive, boho-chic digs.
An
androgynously styled, brown-bobbed Blanchett has a permanently bemused smile
pasted on her face, even when her car breaks down, unfazed by whatever small
inconveniences life chucks at her. And in a Jarmusch movie, it isn’t much. The
wryly observant Rampling, meanwhile, gives the best, most effortless, and
oh-so-her performance in the movie as a contentedly unanchored writer who is
perhaps a widow, but who’s certainly (right?) looking forward to seeing her daughters.
She takes a therapy session over the phone on her couch, sharing how her only
wish is that her grown daughters don’t try to stir anything up. But what would
that be?
Finally, in
the third segment, “Sister Brother,” twin siblings Skye (Indya Moore) and Billy
(Luka Sabbat) meet in Paris to microdose psilocybin and sift through the
remaining personal effects left behind by their parents, who died in a plane
crash over the Azores. While this might be the least potent of the three
stories only because it has the most traceable dramatic structure, the wistful
chapter ends “Father Mother Sister Brother” on a note of guarded hope and
humanity that reminds of Jarmusch’s ripened optimism in cynicism-stirring
times, a patient balladeer who believes life is worth living.
That’s
despite the first story, “Father,” feeling like a less disillusioned twist on
Raymond Carver that leaves the parent-child divide unresolved, Jeff (Driver)
and Emily (Bialik) not wanting to stay a minute longer in their father’s house,
unready to let go of whatever their beef is. “What do we say we toast to family
relations?” their spacing-out father says over a coffee (can you toast with
coffee?). It’s telling and tricky and pointed he’s not simply saying “family”;
it’s easier, after all, to put quotation marks or some distance around any
earnest feeling. Sometimes, we only stay linked to the people who birthed us
and raised us because of the nagging, plugged-into-our-DNA directive of family
relations. Not always because we actually love them.
Jarmusch
may not be explicitly referencing Carver, though both artists have made an
unadorned style their identity. I thought so much of the last line of the final
story of Carver’s “What We Talk About When We Talk About Love,” a collection of
crisply distilled everyday American tales about nothing and everything. In “One
More Thing,” an alcoholic preparing to run out on his family like he’s readying
for nuclear war, and for reasons not spelled out in Carver’s compressed,
real-time prose, wants to say “one more thing. But then he could not think what
it could possibly be.” In other words, the characters in “Father Mother Sister
Brother” brush up against revelation, but they haven’t the emotional vocabulary
or even the literal words to get there, and Jarmusch doesn’t coax it out of
them.
In nestling
“Father Mother Sister Brother” along the shelf of past Jarmusch joints that
also rove and ramble with a shuffling futility and a disregard for manufactured
drama, this feels closest to “Coffee and Cigarettes” or “Night on Earth”:
Vignettes with loosely connective tissue, here in this film a Rolex watch that
appears in all three sections and characters using the British idiom “and Bob’s
your uncle” to the confusion of a few others. “But Tim’s our uncle,” Jeff tells
his father in one of the film’s drollest retorts. The laughs here are as dry as
a cough post-bronchitis.
And “Father
Mother Sister Brother” is about as dry as a physical copy of short stories
you’ve loved since you were a child. There are no protagonists or antagonists,
just people moving through life, Jarmusch catching moments of them the way that
David Lynch once caught ideas like fish moving down a stream. This is a movie
Lynch would’ve admired, brittly funny and content to linger in doorways and
thresholds for as long as it takes until somebody breaks the awkward silence.
Or not. At the end of “Mother,” Rampling, Blanchett, and Krieps stand at the
doorway, waiting for Krieps’ Uber, but they have nothing to say to each other.
Jarmusch, though, has plenty to say. Let’s hope those idea-fish keep coming
down the river.
Pubblicato su indiewire.com, By Ryan Lattanzio August 31, 2025
lunedì 22 settembre 2025
Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson (2025)
Con Una battaglia dopo l’altra Paul Thomas Anderson pare
tornare a Thomas Pynchon dopo Vizio di forma, ma si tratta solo di uno spunto:
il regista statunitense si lancia invece in una riflessione tanto sul cinema
quanto e ancor più sulla rivoluzione come utopia sconfitta ma mai doma, e
impossibile da eradicare, e che può passare di generazione in generazione, con
la speranza che prima o poi ottenga l’agognato trionfo.
Sono trascorsi sedici
anni dalle ardite azioni rivoluzionarie del gruppo politico French 65, e dopo
l’arresto di molti membri della banda Bob Ferguson vive sotto falsa identità
con la figlia adolescente Willa, che ha avuto con la compagna di lotta Perfidia
Beverly Hills, ora svanita nel nulla. Quando l’acerrimo nemico dei French 75,
il colonnello Steven J. Lockjaw, riappare e Willa scompare, l’ex militante
radicale si lancia in una disperata ricerca. Padre e figlia dovranno affrontare
insieme le conseguenze del suo passato. [sinossi]
Si sa fin dai tempi di Small Talk at 125th and Lenox e
Pieces of a Man, prime incursioni di Gil Scott-Heron nel campo della musica,
che “la rivoluzione non sarà trasmessa in televisione”. L’unica possibilità,
scartando anche il caotico mondo dei social network, è continuare a credere nel
cinema, nella sua libertà, apparente o concreta che sia. Si attendeva come
acqua nel deserto un film come One Battle After Another (tradotto letteralmente
in Italia con Una battaglia dopo l’altra), decimo lungometraggio di finzione
per Paul Thomas Anderson in poco meno di trent’anni di attività; non tanto e
non solo per l’importanza che il suo autore riveste nel pantheon registico
contemporaneo, ma per l’opportunità di credere ancora in Hollywood come
portatore di un immaginario non predigerito, non necessariamente conforme alle
regole vigenti. Con Quentin Tarantino che non si lancia nell’agone da sei anni
– considerando le sue abituali tempistiche di produzione è plausibile che si
attenderà il suo nuovo e “ultimo” film ancora per parecchio –, i fratelli Coen
che si sono separati con esiti rivedibili per entrambi, David Fincher che si è
fatto attrarre dalle lunghe ombre delle piattaforme, e i loro padri e “fratelli
maggiori”, quella che a tutti gli effetti è l’ultima generazione che ha potuto
produrre prima della fine del millennio non ha più molte occasioni per
rivendicare la propria esistenza, e per dimostrare di saper resistere.
Spostando con intelligenza l’ambientazione temporale di Vineland, romanzo di
Thomas Pynchon che in una maniera labile è servito come “ispiratore” per la
sceneggiatura, Anderson sovrappone in una qualche misura la sua figura a quella
di Pat alias Bob Ferguson, il rivoluzionario che ha fallito, e che ora vive con
una falsa identità in un posto sperduto al confine con il Messico dove, ogni
giorno, migliaia di persone al limite della disperazione cercano di accedere al
“sogno americano” tramutatosi anno dopo anno in un incubo, in un lager
militare, in uno spazio che soffoca ogni tentativo di identità, di deviazione
rispetto alla prassi borghese consolidata. Il cinema come atto di resistenza,
dunque, come l’utilizzo della pellicola, il rimando a un universo immaginifico
lontano, perduto nelle brume del tempo eppure ancora lì pronto a permeare nuove
generazioni, convincendole della giustizia della lotta, anche quella più
brutale. Perché la libertà, come insegnava Nina Simone e nel film sottolinea
Benicio Del Toro nel ruolo di Sergio St. Carlos (o Sensei, come lo chiamano
tutti in quanto gestore di un dojo), significa non avere paura.
Se non ha paura Anderson ancora meno ne hanno i membri di
French 75, il gruppo di militanti rivoluzionari su cui si apre il film: negli
anni Zero, presumibilmente a ridosso della crisi economica innescata dalla
bancarotta di Lehman Brothers, i French 75 danno il via a una rivoluzione che
parte dalla liberazione dei messicani detenuti nel bel mezzo del nulla con la
sola colpa di aver attraversato un confine, e si allarga a rapine in banca,
minacce telefoniche a politici, proclami antisistemici e anticapitalistici. Di
questo gruppo fanno parte tra gli altri la pacata e organizzata Deandra,
l’esperto di tecnologia e pianificatore di colpi e attività Howard Sommerville,
un’entusiasta e giovane ragazza (la interpreta Alana Haim, lanciata da Paul
Thomas Anderson nel precedente Licorice Pizza), l’esuberante Junglepussy – che
è poi il nome d’arte di colei che la incarna, Shayna McHayle –, e la
carismatica leader Perfidia Beverly Hills, che ha una relazione interrazziale
con il succitato Pat, esperto in esplosioni e fuochi d’artificio e che svolge
spesso la funzione di diversivo quando i colpi devono essere messi in pratica.
Nonostante il gruppo sia affiatato e ben coordinato le cose iniziano a prendere
una piega diversa quando Perfidia, nel guidare la liberazione di centinaia di
immigrati dal campo in cui sono segregati, si diverte a titillare l’eccitazione
erotica del colonnello Steven J. Lockjaw, militare di mezza età tutto d’un
pezzo che ha come unica ambizione quella di entrare a far parte del Christmas
Adventurers Club, un circolo segreto fascistoide dominato da bianchi ben
posizionati nei settori chiave degli Stati Uniti che credono nella segregazione
delle razze e nella soppressione del libero pensiero. Ovviamente un’eventuale
relazione con una rivoluzionaria afrodiscendente non sarebbe vista come un
requisito positivo per essere accolto nel club. La lotta tra militari e
gruppuscolo di militanti ha un esito inevitabile, e così sedici anni più tardi
Pat, ora Bob Ferguson, vive in una casupola malmessa in mezzo al bosco con
Willa, la figlia sedicenne che ha avuto con Perfidia prima che questa facesse
perdere le sue tracce. Ma Lockjaw è sempre in agguato… È interessante come di
Vineland Anderson non trattenga che qualche suggestione, qualche riferimento
sarcastico, e la tensione a ragionare sui rapporti famigliari come contrasto a
quelli di potere: mentre all’epoca di Vizio di forma il regista aveva trasposto
con una certa fedeltà in immagini l’omonimo romanzo di Pynchon, qui le strade
divergono quasi subito, fin dall’ambientazione. Un cineasta che ha sovente
amato confrontarsi con il passato (Boogie Nights è ambientato a cavallo tra gli
anni Settanta e Ottanta, Il petroliere a inizio Novecento, The Master e Il filo
nascosto alla fine della seconda guerra mondiale, Vizio di forma nel 1970 e
Licorice Pizza nel 1973) sposta l’ambientazione dalla California degli anni
Sessanta/Ottanta agli States reclusi tra la crisi del 2008 e l’oggi trumpiano;
una scelta netta, che rivendica di nuovo la necessità di essere rivoluzionari oggi,
e non nel glorioso passato in cui un depresso e annebbiato Bob si crogiola,
passando le giornate a guardare film come La battaglia di Algeri di Gillo
Pontecorvo, quasi a volersi ricordare che altrove – ma anche su un altro medium
– quella rivoluzione che i French 75 hanno solo abbozzato, fallendo l’atto
conclusivo, abbia invece raggiunto il successo.
Anderson, forse conscio che il materiale di Pynchon fosse
troppo complicato da sbrogliare per una produzione cinematografica (non solo
oggi, ma soprattutto oggi), fa di Una battaglia dopo l’altra un action
drammatico ma colmo d’ironia, giocando a tratti con il registro del grottesco e
con i suoi stessi personaggi – Lockjaw può essere letto come “mascella
bloccata”, ma è anche il nome colloquiale e non scientifico che gli anglofoni
danno al trismo, forte contrattura alla mascella che rende impossibile aprire
la bocca: per un militare solleticato dal totalitarismo si adatta alla
perfezione – e arrivando a comporre un mosaico bizzarro ma colmo di umanità. Ovvio
che la dialettica sia soprattutto tra l’ottenebrato Bob, che deve rimettersi
finalmente in gioco in prima persona visto che la bella e intelligente Willa
(che ha dettagliatamente preparato, in ogni caso, nel corso degli anni, sia
insegnandole la riservatezza – le è impedito possedere un cellulare, per
esempio – sia iscrivendola al corso di judo tenuto da Sensei) è scomparsa dopo
il ballo del liceo, e Lockjaw, che ha ben più di un motivo per voler liquidare
una volta per tutte la situazione. Seguendo una linearità narrativa perfino
semplice per un regista che ha spesso fatto della complessità una delle sue
principali cifre espressive, Una battaglia dopo l’altra lavora in realtà
sottopelle, spingendo lo spettatore a un viaggio – meglio, a un inseguimento –
epico e al contempo trattenuto, come se la totalità dell’ambiente e dell’azione
collettiva non possa che passare anche attraverso l’intimità di un nucleo
famigliare, degli affetti più prossimi. Se i migliori crimini sono quelli
domestici, come suggeriva sardonico sir Alfred Hitchcock, le migliori
rivoluzioni nascono dal tinello, magari tramutandosi in un percorso di
formazione per le giovani generazioni. Per quanto all’apparenza possa assumere
le sembianze di un’opera rivolta al passato – come si è già scritto basterebbe
l’utilizzo della pellicola per trasportarlo indietro nel tempo – Una battaglia
dopo l’altra è un film intriso di contemporaneità, e sembra possedere tutte le
carte in regola per ammaliare non solo la generazione del regista, ma anche e
soprattutto quelle più giovani, perfino gli adolescenti che potrebbero elevarlo
al ruolo di culto. Dal canto suo Anderson sciorina la propria sapienza
registica muovendosi su un terreno ibrido, dove la secchezza dell’action si
mescola alla categoria del buffo (in un certo qual modo rivedendo in una forma
personale la dinamica picaresca de Il grande Lebowski dei Coen, che dopotutto
guardava in modo incessante alle pagine di Pynchon, pur senza mai prenderlo
davvero di petto) senza però ridicolizzare mai davvero il dramma, la violenza e
le sue dirette e indirette conseguenze. Lo testimonia tra tutte la bellissima
sequenza d’inseguimento tra le colline di Borrego Springs, un saliscendi che
rende impossibile la visuale di tutte le macchine impegnate nell’inseguimento. Quel
“¡Viva la revolución!” che Bob urla più volte nel corso del film muta da inno
alla lotta a coperta ideale nella quale trovare ancora protezione, ora che
l’uomo è solo e scoperto ai fianchi da ogni possibile attacco. Come la spinta
rivoluzionaria della New Hollywood e poi della produzione anni Novanta
post-indie (sempre troppo sottostimata) ha lasciato soli i pochi cineasti che
ancora oggi a Hollywood e dintorni perseguono un’ipotesi di cinema/vita
distante dalla merceologia, con Anderson che rivendica la sua stessa posizione.
Lo fa credendo ancora nell’immagine come rivoluzione, e riconoscendone i padri
fondatori: in questo senso il sottile e dolcissimo omaggio che fa a Jonathan
Demme e al suo capolavoro Il silenzio degli innocenti nell’utilizzo di American
Girl è ben più di un segnale, e indica la strada da perseguire, con ostinazione
e fiducia, anche qualora non si ricordassero più le parole in codice.
Pubblicato su quinlan.it 17/09/2025 di Raffaele Meale
“Si vede che non hai mai avuto figli!” sbrocca lo
squinternato Di Caprio all’attempato e zelante militante dall’altra parte del
telefono, quando scopre che la parola d’ordine che da giorni non ricorda più è
“Il tempo non esiste, ma ci controlla sempre”. E invece il tempo esiste eccome,
perdio! sembra suggerirci questo padre scombussolato dal fallimento della sua
rivoluzione e da quella libertà che “quando ce l’hai non la riconosci e quando
la riconosci è volata via”. Come nella fantastica ellissi temporale che dalla
figlia neonata ci porta direttamente al primo piano, sedici anni dopo, della
straordinaria Chase Infiniti sulle note di una vecchia canzone degli Steely
Dan. Cosa è successo in quei sedici anni? Cosa e quanto è volato via? È il buco
nero del film ed è il magnifico paradosso del cinema che, in un unico stacco di
montaggio, può portarci via il Tempo e riconsegnarcelo nel fuori campo o nelle
rughe di un grandioso Di Caprio, “incastrato” nella sua confusione
post-rivoluzionaria, nella sua vestaglia alla Lebowski che da un certo momento
in poi non toglie più. E allora partiamo da un fatto: Una battaglia dopo
l’altra è un film sul Tempo. E sulla possibilità di noi spettatori, di Paul
Thomas Anderson, dei suoi personaggi di accordarsi e di connettersi nel Tempo
che viviamo.
Magari è per questo che Anderson ritorna su un testo di
Thomas Pynchon, per realizzare un’opera quasi antitetica a Vizio di Forma.
Tanto era scritto, nostalgico e iper-raccontato il film del 2015, tanto sembra
asciugato e diluito nell’adrenalina questo adattamento da Vineland, pubblicato
da Pynchon nel 1990. Anderson – come al solito regista, sceneggiatore e
produttore - rispetto al libro sposta l’ambientazione ai primi due decenni
degli anni 2000, realizzando sulla carta il suo primo film “contemporaneo” dai
tempi di Ubriaco d’amore. Dall’America di Reagan secondo Pynchon a quella di
Trump secondo Anderson, quindi. Anche se non ci sono date, né riferimenti
storico-politici precisi in questa America abitata da rivoluzionari, immigrati
rinchiusi nei campi e suprematisti bianchi. Dentro il caos e l’afflato apocalittico
di questo mondo impazzito si muove il gruppo dei French 75, composto tra gli
altri da Pat (Di Caprio) e Perfidia (Teyana Taylor), che tra un attentato e
l’altro vivono come coppia. A loro dà la caccia il colonnello razzista Steve
Lockjaw (Sean Penn), innamorato di Perfidia. Anni dopo, Pat si fa chiamare Bob
e vive da latitante con la figlia Willa (Infiniti). E le battaglie, le sue, di
Willa, di Steve… non sono finite.
Paul Thomas Anderson realizza l’action politico che voleva
fare da anni e che riesce a portare a termine mettendo insieme Pynchon e un
budget, secondo le fonti Warner, di 130 milioni di dollari. Intende cogliere lo
spirito dei tempi raccontando, con sfumature grottesche, le rivoluzioni (o le
imminenti guerre civili?) di oggi. Punta l’intera posta sulla struggente utopia
autoriale intrapresa da Welles, Coppola, Cimino, ovvero il kolossal
hollywoodiano filo-marxista, fino a incunearsi coraggiosamente nelle afose
terre di confine di Sam Peckinpah e negli inseguimenti deliranti di William
Friedkin. Sorprendente. E poi c’è il film “privato” di Anderson, quello che
alla fine si scioglie nella sua tematica prediletta che è la Famiglia. Con la
Willa di Chase Infiniti che diventa il tipico personaggio “figlio”
andersoniano, costretto a sopravvivere alle “colpe” di padri e madri e a
costruire da solo il suo Tempo, il suo Destino. Mentre la linea temporale di Di
Caprio è claudicante, sempre in ritardo, al perenne inseguimento delle donne
che ama (la compagna, la figlia). E quella di Sean Penn è frammentata, tragica,
contro-Natura, scissa tra il desiderio e la sua soppressione, tra l’istinto
biologico della paternità e quello artificiale, massonico, dell’America
reazionaria. Un film di traiettorie pazze e indecifrabili questo di PTA. Linee
dritte, parallele, spezzate. Traiettorie sentimentali, politiche e familiari
incompiute, che si incrociano, si inseguono, si guardano a distanza da uno
specchietto retrovisore, come nella straordinaria sequenza ipnotica
dell’inseguimento in macchina in mezzo al deserto. L’unico ricongiungimento
possibile è quello dell’abbraccio, ovviamente. Il “riconoscimento” tra padri e
figli. Si torna sempre lì. È quello il Tempo Assoluto per Paul Thomas Anderson.
Fino alla prossima battaglia, da far combattere ai figli… magari ascoltando
American Girl di Tom Petty and the Heartbreakers. E così, mentre siamo qui a
domandarci cosa ci sta succedendo intorno e come salvare o amare quello che
abbiamo, Anderson ci regala il suo “classico” meticcio, già memorabile,
finalmente consegnato al suo e al nostro Tempo. Ma, chissà, forse Una battaglia
dopo l’altra è semplicemente una magnifica, fottuta allucinazione collettiva…
sulle rivoluzioni che abbiamo o non abbiamo immaginato di fare. Sul mondo in
cui stiamo vivendo.
Pubblicato su
sentieriselvaggi.it 18 Settembre 2025 di Carlo Valeri
Until his
monumental new film, Paul Thomas Anderson had only made a single narrative
feature set in the 21st century, and that movie — a love story about a plunger
salesman who hoards pudding cups, gets extorted by the owner of a phone sex
line, and shares an iconic kiss to the sound of a Shelley Duvall song from 1980
— was less of its time than out of it. After that came an origin story about
the birth of American capitalism, two post-war fables about people trying to
sow their own visions of the future, a patchouli-scented lament for the lost
promise of ’60s counterculture, and a star-crossed romance set against the 1973
oil crisis.
At a
certain point, Anderson’s seeming attachment to the past became conspicuous
enough that it began to appear as if he might be mystified, scared, and/or
bored of the modern world to some degree, and therefore arguably less relevant
to it.
Enter: “One
Battle After Another,” the power and the mercy of which lies in how it
simultaneously functions as both a backboard-shattering windmill dunk on that
line of attack and an open-hearted surrender to its merits.
Vaguely
abstracted from Thomas Pynchon’s 1984-set “Vineland” but eager to reflect a
variety of post-Reaganite advancements in ethno-fascism (the action starts in a
recognizable today before jumping 16 years forward into a pointedly unchanged
tomorrow), this propulsive, hilarious, and overwhelmingly tender paranoid
comedy-thriller car chase blockbuster whatever doesn’t just stare a broken
country in the face with its already prescient tale of immigrant detention
centers, white nationalist caricatures, and bullshit pretenses for deploying
the military into sanctuary cities. It’s also the first movie of its size to
accurately crystallize how fucking anxious it feels to be alive right now — to
capture the IMAX cartoonishness of our reality and provide a convincing roadmap
as to how we might survive it.
And how
does its filmmaker, once a fiery wunderkind, now a 55-year-old father of four,
manage to accomplish that? Simple: He falls 40 feet off the roof of an
apartment building and right onto the blade of his own sword.
From the
bifurcated porn fantasia of “Boogie Nights” and the fin de siècle biblicality
of “Magnolia” to the stoned disillusionment of “Inherent Vice” and the
coming-of-age impertinence of “Licorice Pizza,” Anderson has always been drawn
to the Sisyphysean task of self-discovery; to the heartbreaking search for
place and permanence in a world that’s constantly shifting under our feet. Dirk
Diggler, Quiz Kid Donnie Smith, Lancaster Dodd, and mama’s boy Reynolds
Woodcock are but a few of the immortal characters he’s created over the last three
decades, all of them immovably anchored to past lives that drag them down as
they push towards the future.
With “One
Battle After Another,” Anderson concedes that he’s no different than his most
enduring creations. On a long enough timeline, maybe none of us are.
While
Anderson has never been stuck in place or in sad pursuit of his former glory
(on the contrary, his shapeshifting body of work is so remarkable for its
limitless vitality), Hollywood has collapsed around him despite his best
efforts to preserve its celluloid magic. He’s persisted in spite of that fact,
doing his thing on the fringes of a studio system that’s crumbling faster than
his entire generation of name-brand auteurs can fortify it with new films, but
his formal radicality was softened by an emergent preference for the way things
were — even if only as a milieu. The past can be a mighty tempting refuge for
those frustrated by their failure to change the world.
But
revolution comes in many forms, and while Anderson’s new daddy-daughter epic
implicitly concedes to the conservatism of getting older, this ~$150 million
rallying cry is the work of an artist and a father who’s determined to convince
himself that getting older doesn’t have to be the same thing as giving up. That
keeping the fight alive is the next best thing to winning it. While the wacked
out spirit of “One Battle After Another” might be transplanted from a
35-year-old Pynchon novel, it’s the unflinching nowness of this
reinterpretation that allows it to take the long view of America’s forever war
against itself, and to so brilliantly articulate — in the words of Gary
Valentine — how liberating it can be to “stop using time as an excuse.”
Confronting
the unchecked evil and bottomless humiliation of the Trump administration from
its opening frames (though it wouldn’t make sense for Anderson’s script to
mention the president by name), “One Battle After Another” begins at top speed
and barrels forward so fast that you can barely even tell it’s moving in a
perfect circle. The revolutionary group known as the French 75 are plotting to
free a group of migrants who’ve been imprisoned at a California detention
center near the Mexican border, and a newbie demolitions expert by the name of
“Ghetto Pat” (Leonardo DiCaprio) is trying to prove his worth to the rest of
the crew. The fireworks he rains down on the camp aren’t the only sparks he’ll
trigger that night, as Pat’s handiwork catches the attention of French 75
spirit captain Perfidia Beverly Hills (an eruptive Teyana Taylor, steaming with
revolutionary zeal), who literally tries to fuck him every time we see them
together.
Perfidia is
a natural survivor with a non-partisan power kink that can get the best of her
if she isn’t careful, which is exactly what happens when — upon infiltrating
the tent of detention camp leader Col. Steven J. Lockjaw (a career-best Sean
Penn as a preening and steroidal Alfred E. Neuman, his natural humorlessness a
perfect vehicle for comedy) — she orders the lip-licking army man to full
attention before she lets him go. That decision incites a double-edged sexual
infatuation that compels Lockjaw to follow the French 75 like Pepé Le Pew
chasing the pheromone trail of a female cat.
Every bank
they rob or anti-abortion senator’s office they blow up brings the colonel one
step closer to blackmailing Perfidia into submission, and when he finally makes
his move, the self-interested subversive doesn’t hesitate to save her own skin.
Never mind that she and Pat just had a baby girl together, or that she’s
condemning her fellow revolutionaries — including Regina Hall’s ultra-stoic
Deandra, and a fantastically brash agitator played by her “Support the Girls”
co-star Shayna “Junglepussy” McHayle — to almost certain death. Perfidia is
convinced that she’s lost the fight of her life, and her resolve as both a
radical and a mother is flicked off like a light switch.
When the
story picks up a decade-and-a-half later, the bomb-maker formerly known as
Ghetto Pat has been reborn as self-described “drugs and alcohol-lover” Bob
Ferguson in the woodsy enclave of Baktan Cross, where he spends most of his
time sitting at home in a bathrobe, blasting his brains out with bad pot, and
impotently stewing over how to protect his teenage daughter Willa from a past
that feels more like a paranoid delusion. No such luck: Col. Lockjaw, now aged
into a cheek-sucking human turnip who walks like a machine gun has been rammed
up his ass, is being considered for membership in an elite cabal of
hyper-racist Santa-worshippers (did I mention this movie was inspired by the
writing of Thomas Pynchon?), and he won’t rest until he’s eliminated anyone who
knows that he once had sex with a Black woman. It isn’t long until the full
weight of the army descends upon Baktan Cross under the guise of a more routine
abuse of power, and Bob finds himself at risk of losing his kid.
The girl is
played by magnetically self-possessed newcomer/instant movie star Chase
Infiniti, whose performance inspires a strange kind of secondhand pride, and
more than rewards the years that it took Anderson to find her (score a point
for nominative determinism, as no one on Earth was so obviously born to star in
a Pynchon movie). DiCaprio is somewhat less of a discovery (rare as it is to
see him be a dad, as opposed to a character who just happens to have kids), but
the guy works infrequently enough — and at such a staggeringly high level —
that every time he reappears feels like its own revelation.
A manic and
panicked stoner who scurries around this movie in an open bathrobe while
slamming back fresh cans of Modelo like Gatorade, Bob may not be quite as far
gone as the Pynchon character on which he’s based, but the “Vaseline of youth”
has crusted over his bloodshot eyes in much the same way. It’s profoundly,
consistently, and endearingly funny to watch him Forrest Gump his way through
everything that follows Lockjaw’s arrival in Baktan Cross, from a glorified ICE
raid to a “Vanishing Point”-inspired car chase. DiCaprio’s bloodshot
performance further immortalizes the former heartthrob as modern cinema’s most
gifted buffoon, but here — collaborating with Anderson for the first time, who
lavishes the same love and attention on his extras as he does on his stars —
the actor’s tetchy comic genius finds a new dimension through his character’s
natural deference.
Bob is both
at the center of the action and incidental to it all at once, like a peeling
strip of wallpaper that blends perfectly into the background whenever it isn’t
coming unglued. That dynamic proves essential to a breathless second act that
places Bob — along with several undocumented Mexican families — in the care of
Baktan Cross’ resident karate teacher and holy protector amidst a town-wide
government standoff. A spectacular foil for DiCaprio’s perma-addled Bob,
Benecio Del Toro’s cool-headed Sensei is also an instant addition to the
pantheon of iconic PTA characters in his own right, and his zen approach to the
threat posed by Lockjaw’s forces gradually emerges as the movie’s defiant
ethos. “We’ve been laid siege for hundreds of years,” he says with a steady
breath. “Ocean waves.”
Here, those
waves eventually crest into a river of hills, as “One Battle After Another”
peaks with a car chase across the blind humps of Highway 78 in Borrego Springs.
Like everything else in Anderson’s film, the vehicular action is simple,
spellbinding, and perfectly expressive of a story that always moves at 100mph
even when its characters aren’t even able to see over the next ridge. (Michael
Bauman’s vividly textured cinematography is a sight to behold throughout the
movie, VistaVision or not, but the whole picture was lensed with large-format
in mind, and one particular shot during this climactic sequence is so
enveloping in true IMAX that it made me want to apologize on behalf of anyone
who’s ever mocked the people who supposedly fled “The Arrival of a Train at La
Ciotat Station.”)
That
breakneck speed proves essential to a movie that skitters between slapstick
delirium and grim reality even faster than Jonny Greenwood’s score, which
carries the action forward with “Magnolia”-like relentlessness as its staccato
piano scales — the notes running up and down the keys as if the music were
looking for a way out — are subsumed into the crash of violins like raindrops
getting swallowed by a tsunami. “One Battle After Another” might be among the
sillier films that Anderson has ever made, but there’s no mistaking the
sincerity of its horrors, or how lucidly it diagnoses the smallness of the men
inflecting them upon the innocent and the vulnerable.
If, as
Salman Rushdie once argued, “Vineland” is “a book about what America has been
doing to its children,” then “One Battle After Another” might be described as a
film about why people keep making them anyway, even as “the Repression goes on,
growing wider and deeper regardless of the names in power” (to slightly paraphrase
Pynchon). Bob and Willa only share one scene together before “another battle”
comes between them, but it’s a splenetically funny little masterpiece of
intergenerational disconnect, as the petrified father is too fogged up by the
fear of losing his baby girl to appreciate how well she’s learned to compensate
for his failures.
Bob is so
entombed in his own past that he refuses to engage with his daughter’s present
(he watches “The Battle of Algiers” on TV like it’s a throwback to the good old
days), but as he scrambles across the back half of this movie in search of
Willa, Anderson twists the erstwhile renegade into a living emblem for the
eternal truth of all parenthood: Having kids is the most fearless thing a
person can do in a world that grows more pernicious by the day, but raising
them means being terrified every waking minute for the rest of your natural
life.
As much
about parenthood as “Phantom Thread” was about marriage, Anderson’s latest film
is steeped in a fear that’s completely absent from the supreme confidence of
its form (“I’ll tell you what freedom is: No fear. Tom fucking Cruise!”). It’s
a peerlessly comforting reminder that even today’s most immortal artists —
and/or yesterday’s most unintimidated revolutionaries — can be scared to death
by the thought of their kids fighting the same battles as they once did.
Battles that a Gen Xer like Anderson can’t help but look around and feel like
they lost. One day you’re detonating C4 inside a government detention center
and the next you’re sending your daughter to the school dance with a Cold
War-era tracking device in her purse. “Time doesn’t exist,” someone says at a
crucial moment, “yet it controls us anyway.”
Be that as
it may, the sneaky but immense — and surprisingly upbeat — emotionality of “One
Battle After Another” is rooted in the liberating resolve that Anderson mines
from the terror of getting old. From the anger of growing conservative. From
the guilt of not being able to break the cycle and bend a circular movie like
this one into a straight line.
Bob
accomplishes exactly nothing during the course of his frantic pursuit of Willa,
but in failing to protect his daughter from the regrets of his past, he
discovers that she’s the best of her parents, and more than capable of staring
down the same demons that left him so paranoid. That she’s the answer to his
fears, not the personification of them. That raising kids can be a revolution
unto itself if you do it right — one that doesn’t need to be televised because
it takes place right in the relative comfort of your own home. Time isn’t an
excuse, this magnificent film suggests, it’s a war of attrition. And by joining
his daughter in the present for the first time she was born, Bob might just
come to understand that he’s always been on the winning side of it.
Indiewire.com
By David Ehrlich September 17, 2025
mercoledì 10 settembre 2025
Un film fatto per Bene di Franco Maresco (2025)
Le riprese del film di Franco Maresco su Carmelo Bene vengono bruscamente interrotte dopo l’ennesimo incidente sul set. A staccare la spina è il produttore Andrea Occhipinti, esasperato dai ciak infiniti e dai ripetuti ritardi. Dal canto suo, il regista accusa la produzione di “filmicidio”, facendo poi perdere le sue tracce. A cercare di ricucire lo strappo è un amico di Maresco, Umberto Cantone, che chiama a testimoni tutti coloro che hanno partecipato all’impresa, in un’indagine che è l’occasione per ripercorrere la personalità e le idee dell’autore più corrosivo e apocalittico del cinema italiano. E se intanto, lontano da tutto e da tutti, Maresco stesse ultimando il suo film, diventato “il solo modo per dare forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda”? [sinossi]
Con Un film fatto per Bene Franco Maresco torna per la
seconda volta in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di
Venezia, a sei anni dalla presentazione di La mafia non è più quella di una
volta, dove ottenne il Premio speciale della giuria sorprendendo quella parte
di critica – tutt’altro che minoritaria – che lo reputava un film
“incomprensibile” agli occhi di una giuria internazionale. Il medesimo
aggettivo, incomprensibile, lo si è sentito serpeggiare al termine delle due
proiezioni stampa di Un film fatto per Bene, e che di fatto chiudevano la
competizione dell’ottantaduesima edizione della Mostra. In effetti un’opera
come quella di Maresco con fin troppa facilità può essere considerata tale,
lavoro ostico e criptico inaccessibile ai più, anche perché in questo caso il
regista palermitano ha inserito nel film una sorta di passaggio in rassegna
della sua intera carriera, fin dai tempi di Tvm, la rete televisiva del
capoluogo siciliano in cui Maresco, insieme a Daniele Ciprì e Umberto Cantone,
mosse i primi passi che li avrebbero poi trasportati addirittura sulla
televisione nazionale, a Rai3, all’epoca dell’immortale e indimenticabile Cinico
Tv. L’impressione però è che non sia tanto la natura a tratti quasi
autobiografica del racconto a tenere a debita distanza una parte del mondo
critico e forse anche la giuria – laddove Un film fatto per Bene è, per
pensiero e qualità, alcune spanne al di sopra della restante parte del concorso
veneziano allestito per il 2025 –, bensì quel che prende corpo in scena fin da
subito, assumendo i contorni dell’indagine, del pedinamento, del disvelamento
di un mistero con cui non si riesce a scendere a patti. Un mistero tripartito,
o forse anche sminuzzabile in ulteriori suddivisioni. C’è la ricerca alla base
dell’ipotetico film che Maresco avrebbe voluto realizzare, e che parla
dell’incontro in terra siciliana tra Santa Rosalia e San Giuseppe Desa, vale a
dire Giuseppe da Copertino, il frate minore che “sapeva volare”; c’è la ricerca
del punto di contatto tra il viaggio del santo in Trinacria e l’incontro nella
Palermo degli anni Sessanta tra un maestro elementare, massimo esperto del
fraticello levitante, e nientedimeno che Carmelo Bene; c’è infine e
innanzitutto l’indagine alla base della narrazione: che fine ha fatto Franco
Maresco, di cui si sono oramai da mesi perse le tracce?
Il concetto di falsa investigazione, dalla matrice
dichiaratamente wellesiana, è uno degli elementi portanti della poetica
espressiva di Maresco, come testimoniano tra gli altri Il ritorno di Cagliostro
e Belluscone – Una storia siciliana, dove l’amico di una vita Tatti Sanguineti
doveva recarsi a Palermo per tentare disperatamente di chiudere il film
“abbandonato” da Maresco nel bel mezzo delle riprese. Se a sua volta l’idea di
non finito e non terminabile è un cascame che viene direttamente dal genio di
Orson Welles, anche qui come in Belluscone Maresco si affida a un narratore
terzo, cui viene richiesto di lanciarsi nella detection riguardo la “fine” del
regista e i motivi che hanno portato all’interruzione del set. Il gioco
rispetto al bellissimo film del 2014 è però ancora più intricato, perché se
Sanguineti era un elemento esterno alla vita lavorativa di Maresco qui a
vestirsi dei panni dell’investigatore è Umberto Cantone, che fa parte della
squadra di sceneggiatura del cineasta. Il discorso meta-cinematografico si fa
ancora più estremo, lambendo i confini del sublime, e Un film fatto per Bene si
tramuta in viaggio in estroversione sull’introspezione di un oggetto umano
inscalfibile. Nessuno in realtà comprende Maresco, neanche i suoi produttori
Andrea Occhipinti (che, viene detto, suggerirebbe al regista di trovarsi uno
psichiatra invece di un produttore) e Marco Alessi, che ancora non si capacita
di come sia stato possibile perdersi in infiniti ciak su una sequenza che
neanche era presente in sceneggiatura, e che vede san Giuseppe ballare a mo’ di
pellerossa attorno a un fuoco accompagnato da un Pulcinella nano. Non si tratta
dell’impossibilità di comprendere l’artista, deviazione che aprirebbe il fianco
a una deriva narcisistica, ma della fioritura fuori dal tempo dell’estetica e
dell’etica marescana, che ha comunque smesso da anni di credere nel cinema come
riparatore dei torti all’interno di un sistema-mondo che è (testualmente) “una
merda”. Dopotutto come credere nel cinema quando oggidì a nessuno viene negato
il diritto di girare un film? Tale chiosa sardonica Maresco la riserva a sé,
alla sua voce, mentre la macchina da presa compie una panoramica laterale su
loculi per la tumulazione, a sottolineare la natura mortuaria di un’arte che si
è tramutata in mero esercizio economico/industriale, senza più la capacità di
ergersi contro la marea montante.
Ecco dunque che Un film fatto per Bene certifica di aver
compreso fino in fondo il teatro post-artaudiano di Bene, e si pone come atto
di resistenza dell’immagine contro un immateriale sempre più vacuo,
ectoplasmatico, deturpante. Non è certo casuale che Maresco oltre a muoversi
su/per/attorno a Carmelo Bene, citi in scena Franco Scaldati – riproponendo il
lacerto di un dialogo illuminante e straziato –, assuma un altro residuo della
controcultura degli anni Novanta come Antonio Rezza per
replicare/negare/reinterpretare la sequenza celeberrima della disfida a scacchi
tra la Morte e il protagonista di bergmaniana memoria, e si contorni di quel
microcosmo palermitano che non è (come troppo stesso ipotizzato) la sua
personale corte dei miracoli bensì l’enucleazione in atto umano di un concetto,
di un’idea, dell’ideologia di non appartenenza a un mondo che non va sfiorato,
ma rigettato con forza. In questo senso il racconto si fa eloquente, con la
magniloquenza dell’en plein air che si riduce dapprima a un teatro di posa e
poi perfino a uno spazietto miserrimo e angusto nella sede della succitata Tvm:
un ritorno a casa che non è un ripiegarsi, ma un riscoprirsi eternamente
controcorrente. Così controcorrente che nemmanco una confessione può provare a
fare il miracolo – che dopotutto parrebbe non esistere, l’imbracatura del santo
in levitazione si rompe e il povero Bernardo crolla al suolo da un’altezza
considerevole: eppure, il finale… – di ricondurre Maresco su un’ipotetica
“retta via”. Di un’intelligenza sconfinata, Un film fatto per Bene è
un’istantanea tragica sull’Italia culturizzata, ma anche un film comico che
trascina alle lacrime per quanto si può ridere di fronte a sequenze
indimenticabili, tra le quali appare impossibile non citare il lungo passaggio
che vede in scena come vittima/complice del regista/carnefice Francesco Puma,
alle prese con un problema gastrointestinale e interprete perfetto nel
racchiudere in sé l’incrocio all’apparenza impossibile tra patetico, sublime,
artistico, scatologico e comico. Franco Maresco volteggia a levature troppo
alte probabilmente per l’asfittico panorama nazionale, ma la sua testimonianza
di coerenza è così radicale e ghignante da trascinar via con sé l’intero
palinsesto di Venezia 2025.
Pubblicato su quinlan.it 05/09/2025, di Raffaele Meale
In una delle sequenze più emblematiche di Un film fatto per
Bene, la Morte (interpretata da Antonio Rezza) e San Giuseppe da Copertino (al
“santo volante” Carmelo Bene aveva dedicato una sceneggiatura mai realizzata,
poi pubblicata in forma di libro con il titolo A boccaperta) giocano la loro
bergmaniana partita a scacchi. Ma il frate non fa mai la prima mossa, quindi la
Morte resta lì ad aspettare, annoiata. Lo stallo sembra perenne e immutabile:
“ma lo sai come si gioca a scacchi, Peppino?”, sbotta Rezza ad un certo punto.
Ecco, la domanda fondamentale – anche stavolta, come in tutto il cinema di
Maresco – rimane questa: dove siamo noi in questa partita? Da quale parte della
scacchiera? La posizione di Franco Maresco, quella è nota da tempo, e il
regista ci tiene a ribadirla più volte anche in questa occasione (con stoccate
contro il cinema italiano, le produzioni, Gigi Marzullo, e così via), mai così
tanto “in campo” come in questo nuovo film, presente sulla scena come corpo
(per restare in territorio sacro, potremmo dire come icona) e non solo come
voce incalzante, nonostante i mille tentativi per sparire, messi in atto come
in Belluscone, di far perdere le tracce,
addirittura rinchiudersi in un monastero come un Majorana sciasciano.
Ed è proprio nella chiesa del convento che Maresco va a
confessarsi, in una sequenza straordinaria in cui vediamo il volto del cineasta
incorniciato dentro la grata del confessionale, ma dal punto di vista del
confessore, con il profilo del regista frammentato in mille schegge dal
reticolo della finestrella. Ancora: da quale parte della finestra ci troviamo?
Di sicuro questo nuovo lavoro del regista è il suo ennesimo
calvario, un sabotaggio innanzitutto “politico” (dilatare le riprese e di
conseguenza i costi delle sezioni in pellicola, mandare alle ortiche la
sceneggiatura…) e allo stesso tempo mostra un’ossessione per il sacro che così
spiccata non rilevavamo forse davvero dai tempi di Totò che visse due volte (la
cui vicenda viene nuovamente rievocata in una sezione in cui il sodale di
sempre Umberto Cantone racconta tutta la parabola artistica di Maresco,
arricchita da frammenti inediti di dietro le quinte dell’epoca Cinico Tv
davvero strepitosi): le sequenze pasoliniane del fantomatico film
(nell’abituale bianco e nero) sul santo salentino e su Carmelo Bene, le gag
ritornanti sulla religiosità esasperata del tassista di fiducia di Maresco, la
“folgorazione” avvenuta dopo aver sentito la voce di Bene balenare nel buio…
Quando il regista dichiara “io sono il Carmelo Bene del
21esimo secolo” sta chiaramente facendo ricorso al suo gusto per il nonsense,
ma allo stesso tempo esplicita una vicinanza con il pensiero dell’attore (più
volte Bene aveva espresso pubblicamente il suo apprezzamento per Cinico Tv e
per l’opera di Ciprì e Maresco) e alla sua visione tragica del cinema e
dell’arte (questo non evita che Maresco si prenda gioco della macchietta
beniana ingaggiando un attore che ne parodizza espressioni facciali e modo di
esprimersi…): e così gli sketch e gli istanti più apertamente grotteschi e
scatologici si fanno inevitabilmente funerei, raggelanti, terminali (che tutto
il cinema di Maresco si origini dalla sequenza della pantagruelica mangiata dei
frati in Nostra Signora dei Turchi?). Giri a vuoto (non più o meno di tre, mi
raccomando) lungo una rotatoria che manda solo indietro.
“Bisogna rinnegare quello che si è fatto finora, e farlo
magari con i film”, aveva detto d’altronde una volta proprio Carmelo Bene ad
Adriano Aprà. “Tanto riusciremo tutti a fare i nostri film prima o poi, sapete
com’è, e i film sputtaneranno quello che abbiamo scritto e viceversa. Sullo
schermo c’è ancora modo di sputtanarsi”. Ecco, lo sputtanamento di Un film
fatto per Bene non sta tanto nella sua anima mockumentary con Andrea Occhipinti
sempre più esausto perché la lavorazione ha preso una piega delirante, quanto
nello sguardo di Franco Maresco, che per la prima volta ci guarda in camera in
un lungo primo piano abissale, e nella decisione di mostrare la propria
disperazione solitaria, il gioco con le “follie” del suo disturbo
ossessivo-compulsivo messo in piazza, le camere d’albergo con le mura riempite
di file di numeri scritti a pennarello sulle piastrelle – come la cella di un
pazzo, o forse quella di un santo in preda alle crisi mistiche. Un film fatto
per Bene rivela così la sua struttura perfettamente inscritta nelle agiografie
delle “vite dei santi”, in questo quasi vicina (ancora una volta) all’ultimo
Abel Ferrara.
E allora, nell’ascensione finale – il più bel drone della
storia del cinema italiano – finalmente Franco Maresco raggiunge il grado
assoluto di tutta la sua ricerca, diventa una volta per tutte pura voce che si
libra sulle nostre teste, un’entità che sorvola senza posa ora e per sempre la
sua Palermo e che pure mentre fluttua tra le nuvole non riesce a resistere ad
imbastire l’ennesimo scambio di battute sgrammaticato, l’ennesimo vuoto di
senso tra le sue domande e l’interlocutore appartenente a quell’umanità
terminale che lui tanto ama, la sonda Voyager che conserva nello spazio i segni
di almeno un tormentone mareschiano, di almeno uno dei dialoghi tratti da
Franco Scaldati, frequenze-radio come quelle captate dal santo, che
restituiscono la lingua di una civiltà estinta.
Pubblicato su sentieriselvaggi.it , 5 Settembre 2025 di
Sergio Sozzo
giovedì 24 luglio 2025
Presence di Steven Soderbergh (2024)
Il film è un’esplorazione della paura, ma non solo quella convenzionale. Soderbergh riesce a incarnare il timore come un'entità viva, un fantasma che si agita non solo negli spazi vuoti della pellicola, ma anche nelle menti dei suoi protagonisti. Se il pubblico si avvicina al film con la consapevolezza che ogni inquadratura è un’apparizione, allora la realtà stessa si dissolve, lasciando posto a un flusso continuo di immagini spettrali.
Dal punto di vista del fantasma, "Presence" è una riflessione sulle inquietudini esistenziali, su come l’invisibilità e l'irrealtà possano essere percepite come una condanna o una liberazione. Soderbergh gioca con la sua regia come se fosse un'entità a metà tra visibile e invisibile, un po' come il fantasma stesso: sempre presente, ma mai completamente svelato. La sua manipolazione del tempo, dello spazio e del montaggio non è solo un'arte registica, ma una strategia narrativa per fare in modo che il pubblico si senta intrappolato in un incubo che non finisce mai.
Il metacinema in "Presence" diventa il metaspettro delle nostre paure: l’idea che le paure siano, in realtà, qualcosa di costruito. Ogni scena sembra un palcoscenico su cui si recita una parte, un po’ come se il film fosse una performance dove ogni azione ha il suo doppio significato. Il fantasma diventa consapevole non solo della sua esistenza, ma della costruzione che la pellicola impone sulla sua forma, facendoci riflettere sull’artificio stesso della paura, come una trama che non si distingue mai del tutto dalla realtà.
In questo senso, il film è un'intensa riflessione sulla condizione umana: il fantasma diventa, come chi guarda, una presenza che non può mai fuggire dal cinema stesso, un'entità che vaga tra la pellicola e la realtà. Ogni paura in "Presence" non è solo una reazione, ma un artefatto che nasce da un altro livello di consapevolezza.
Soderbergh riesce a trasformare la paura in qualcosa di meta-narrativo, sfumando il confine tra realtà e finzione. Guardando il film dal punto di vista di un fantasma, tutto appare come una metafora della nostra costante ricerca di un senso, qualcosa che si muove fuori dal nostro controllo, ma che allo stesso tempo è inevitabilmente legato a noi. "Presence" non è solo un film da guardare, ma un’esperienza da vivere come se fosse già una proiezione della nostra mente, un’ombra che resta dopo l’ultimo fotogramma.
GPT
martedì 22 aprile 2025
I Peccatori di Ryan Coogler (2025)
Opera totale, che discioglie in un unico flusso dramedy
d’epoca, musical e horror, I peccatori di Ryan Coogler segna il ritorno del
regista a un cinema più personale, in cui sembrano amalgamarsi le sue
esperienze più recenti nel mainstream americano con un disegno autoriale e
politico. Film che ragiona su cultura black e industria, su libertà e
omologazione, conservando un robusto impianto di entertainment intelligente e
critico. Michael B. Jordan protagonista in un doppio ruolo.
Primi anni Trenta,
Delta del Mississippi. I gemelli neri Smoke e Stack ritornano nella propria
città d’origine dopo essersi arricchiti a Chicago tramite esperienze nella
malavita. I due sono intenzionati ad aprire un juke joint, locale adibito a
liberatori intrattenimenti di musica e danze per una clientela esclusivamente
nera. Smoke e Stack assoldano i migliori musicisti black della zona, fra i
quali il giovane cugino Sammie, prodigio della chitarra. Nella zona però si
aggirano strani esseri assetati di carne umana, che la sera dell’inaugurazione
del locale si presentano minacciosi alla porta. [sinossi]
Diciamolo subito. Le metafore e allegorie di I peccatori,
quinta regia in lungometraggio per il non prolificissimo Ryan Coogler, non sono
esattamente inedite. Vi è una nuova scia creativa di black cinema USA che
nell’ultimo decennio è impegnata a riflettere sulla storia degli afroamericani
contaminando, spesso con esiti più che positivi, riflessioni d’autore e cinema
di consumo. In tale direzione Jordan Peele ci ha dato opere molto apprezzabili.
Dopo un ottimo esordio (Prossima fermata Fruitvale Station, 2013) Ryan Coogler
si è fatto tentare volentieri dal cinema mainstream, prima con Creed (2015),
poi con il dittico Marvel di Black Panther (2018 e 2022). A ben vedere, pure la
riproposizione della saga di Rocky Balboa, con spostamento del focus
sull’universo black del nuovo protagonista Adonis Creed, assume intenzioni più
autoriali di quanto poi effettivamente realizzato. Al di là del Mito tutto
americano del self-made-man riletto dal basso del proletario Rocky, la saga
ideata da Sylvester Stallone è anche piantata fino al tallone in un universo
indubitabilmente bianco – dove peraltro, almeno nei primi capitoli, il black
Apollo Creed impersonato da Carl Weathers assume i tratti di antagonista
ribaldo, arrogante e antipatico. Con Creed invece Ryan Coogler rovescia la
prospettiva, inserendo in una consueta struttura di quest americana il trionfo
sociale, grazie allo sport, di un giovane black dall’infanzia complicata. La
rilettura operata da Coogler è robustamente industriale e commerciale, ma anche
frutto di una cosciente riflessione e di una sotterranea provocazione.
Corpo cinematografico, in senso proprio e figurato, della
filmografia di Coogler è Michael B. Jordan, attore dagli esiti altalenanti che
tuttavia, nelle sue collaborazioni con l’amico regista, enfatizza fino allo
spasimo l’accento sulla propria fisicità. Il corpo black c’è, si impone in
tutta la sua evidenza. È anche un’implicita rivendicazione di esistenza.Alle
ultime battute di I peccatori il gioco si fa pure platealmente
autoreferenziale. Nell’abbattimento del tempo e dello spazio innescato dalla
musica indiavolata protagonista del film, ci vuole un attimo a dismettere i
panni dei due gemelli Smoke e Stack, azzimati black anni Trenta socialmente
emancipati a suon di denaro non pulitissimo, e a trasformarsi in un eroe action
che sembra provenire direttamente dal cinema anni Ottanta – e non mancano
richiami al cinema di Romero, Carpenter e Dante, compreso il rudimentale
aspetto visivo dei mostri che si palesano lungo il racconto. I peccatori
sceglie infatti, prima di tutto, la via della contaminazione. È dramma d’epoca,
musical e horror, saldamente intrecciati in una sceneggiatura di solida e
intelligente costruzione. E quantomeno dimostra – vivaddio – che nel sempre più
omologato cinema mainstream americano c’è ancora qualcuno che prima di ogni
altra cosa si preoccupa ancora di scrivere bene. Dopo varie esperienze con
prodotti convenzionali Ryan Coogler sembra compiere una sorta di ritorno a se
stesso, innestando in una consueta macchina produttiva hollywoodiana un
progetto filmico decisamente personale. I peccatori ha tutto l’aspetto di un
film sentito, intimo, che si fa forte dei ricchi strumenti dello spettacolo
americano resi funzione di un disegno autoriale. Il film di Coogler è meno
algido ed estetizzante rispetto alle opere di Jordan Peele, ma lavora molto più
sulla parola, mostrando una cura particolare nel ricamo dei dialoghi e dei
personaggi. È vero, come qualcuno ha detto, che spesso è arduo distinguere i
due gemelli Smoke e Stack, non fosse che per gli eleganti abiti rispettivamente
indossati e caratterizzati da differenti dettagli cromatici. Michael B. Jordan
li incarna quasi allo stesso modo, uno e bino, ma alla resa dei conti non è
importante.
Chi sono i peccatori? Sono i musicisti black dell’America
anni Trenta, che secondo antiche credenze, direttamente filiate dalle
ancestrali discendenze africane, possono infrangere tramite le infuocate
tonalità del blues gli steccati fra vita e morte, fra aldilà e aldiquà, fra
passato e presente. La forza esoterica della musica, del resto, non attiene
soltanto all’ambito africano. Da sempre, fin dagli antichi greci, musica e
danza fanno parte integrante del rito e del dialogo con il sovrannaturale. I
peccatori prende le mosse alla lontana dalla vicenda di Robert Johnson, figura
fondamentale del delta blues anni Trenta, morto in circostanze misteriose a
soli ventisette anni, che, come leggenda narra, vendette l’anima al diavolo in
cambio di prodigiose capacità musicali. Johnson è adombrato nella figura di
Sammie, giovane coprotagonista del film, assoldato dai gemelli Smoke e Stack,
insieme ad altri musicisti black, per inaugurare un juke joint, luogo di libera
e scatenata festosità esclusivamente riservata a clientela di colore. Una sorta
di zona franca all black, dove poter dare sfogo a orgiastiche sarabande in
implicita reazione alla quotidiana oppressione bianca operata su masse di
lavoratori neri ed emarginati. Per una buona metà I peccatori ha tutto
l’aspetto di un consueto dramedy d’epoca, in cui gli scaltri gemelli Smoke e
Stack sono riusciti ad arricchirsi ed emanciparsi soltanto tramite esperienze
malavitose nella Chicago anni Venti di Al Capone. Coogler sceglie i tempi
lunghi di introduzione al racconto, attardandosi distesamente nei rapporti di
forza fra i numerosi personaggi e dando vita in tal senso a una crescente
suspense in attesa dell’esplosione dell’horror. Ma chi saranno i portatori di
horror? Strani vampiri bianchi, in parte apparentati con il Ku Klux Klan,
contaminanti e affamati di carne umana. Come si sa, il morso di vampiro
assimila la vittima allo stesso destino di non-morto. Il morso di vampiro è
contagioso. La musica indiavolata del juke joint ha rotto gli argini fra vita e
morte, fra aldilà e aldiquà. I vampiri si presentano alla porta e attendono di
essere invitati a entrare. È il primo passo verso l’assimilazione. Piegando a
intenti fortemente politici sia la ricchezza mainstream del cinema americano
sia le risorse spettacolari del cinema di genere, Coogler sembra voler
riflettere sull’operazione di assimilazione culturale e artistica che
l’universo black ha subito nell’ultimo secolo di storia, vittima di intensa
vampirizzazione da parte dell’industria bianca che ne ha anche neutralizzato
l’enorme potenziale di disgregante provocazione. Al di là delle regole di
genere, i vampiri devono essere invitati a entrare, scenario che evoca una
sorta di errore primario nella comunità black ad aver permesso l’invasione bianca
nel loro mondo espressivo.
Dal canto loro, i vampiri bianchi alla porta tracimano di
invidia e desiderio di possesso. Nulla deve sfuggire al loro controllo, nemmeno
gli sparuti territori di libertà garantiti da un juke joint, che peraltro
assumono tutti i tratti di una finta libertà strettamente condizionata a una
desolante autoghettizzazione. L’integrazione è una truffa, pare voglia dire I
peccatori fra le righe. L’integrazione è l’anticamera di una nuova forma di
prigionia, che sostituisce le catene alle caviglie con la neutralizzazione di
un’intera cultura. A un certo punto, nella guerra fra musiche contrapposte,
Coogler non disdegna nemmeno note grottesche – i balletti di matrice irlandese
sono a tratti esilaranti. E certo, a metà del racconto si apre con impeto
maestoso l’ariosa sequenza, già ampiamente celebrata, in cui la musica rompe
qualsiasi confine spazio-temporale – in un piano sequenza sostenuto dal
digitale ballano e suonano insieme le epoche più disparate. La potenza
sovrannaturale della musica squarcia pure i confini temporali degli stili
cinematografici. Cosicché, alle ultime battute della feroce battaglia con i
vampiri, Michael B. Jordan abbandona rapidamente i panni dei gemelli anni
Trenta per trasformarsi in eroe action anni Ottanta, canottiera e armi in
spalla. Un ulteriore gioco, di fatto, con le retoriche di un cinema industriale
che ha imposto precise convenzioni anche ad attori black impegnati sui set
d’azione. Assimilati in tutto, pure nella possente fisicità di eroi alla
Schwarzenegger. Del resto, si è peccatori rispetto alla cultura bianca del
cristianesimo, calata dall’alto sulla popolazione di colore e a sua volta
assimilata come incarnazione dell’ideologia dominante. La musica blues è
sacrilega, è rottura viscerale e ancestrale, letteralmente indiavolata.In tempi
come quelli attuali, segnati dal secondo mandato di Donald Trump alla
presidenza americana, I peccatori si delinea quindi per una vibrante risposta
alle neo-retoriche suprematiste che negli ultimi anni hanno trovato una via
allo sdoganamento tramite un più o meno velato processo di
istituzionalizzazione.
Con il fondamentale contributo della colonna musicale di
Ludwig Göransson (un vero e proprio connubio espressivo fra cinema e musica),
Coogler riflette in sostanza su società e industria. Nella progressiva
integrazione sociale degli afroamericani è avvenuto anche, pare voglia dire I
peccatori, un graduale processo di cooptazione e addomesticamento della loro
cultura, affascinata dal miraggio di una maggiore visibilità e accettabilità a
spese della propria carica dirompente. Fra le righe Ryan Coogler sembra parlare
anche di se stesso, autore dagli esordi improntati a una solida sensibilità
sociale (Prossima fermata Fruitvale Station) e in seguito ammaliato da
esperienze mainstream fino alle incursioni nell’universo Marvel. Una sincera
messa in discussione del proprio vissuto cinematografico, interpretato come
ulteriore compromesso con un sistema produttivo che non lascia molte vie di
scampo. Nella mirabile sequenza finale, posizionata infra-titoli di coda,
Michael B. Jordan ritorna in scena con un ennesimo camuffamento mainstream, con
capigliatura e abbigliamento modaiolo da black inizio anni Novanta, altro
costume di scena scaturito da un compromesso con l’industria addomesticante
dell’epoca. Per una sera siamo stati liberi. Una sola serata, in una vicenda
umana di secoli, in cui ha brillato un barlume di vera autodeterminazione
culturale.
Pubblicato su quinlan.it, 21/04/2025 by Massimiliano Schiavoni
Di chitarre, vampiri e armonie blues. Gli strumenti qui,
così come i brani, mutano improvvisamente in veri e propri portali, permettendo
ai vivi di danzare coi morti e viceversa, fino a rompere irrimediabilmente
regole ed equilibri di un nuovo (e vecchio) mondo, mai così accecato dalla
violenza e dall’impossibilità del perdono. L’America degli anni ’30 de I
peccatori, quinto lungometraggio da regista del Ryan Coogler di Creed – Nato
per combattere e The Black Phanter, non è altro che un limbo. Una terra sospesa
che appartiene a tutti e nessuno, nella quale ancora vige la legge del più
forte e il debole, o presunto tale cerca rifugio dove può. Chi nel lavoro, chi
nella famiglia e chi, come il giovane Sammie nella musica.
Cos’è però che determina la forza? Il passato, il presente
oppure il futuro? Quello che è certo, è che la forza qui non appare
incontrastata; al contrario, è messa alla prova dalle conseguenze estremamente
scomode e dolorose della perdita, dell’abbandono e del ritorno. Tanto alle
terre che un tempo sono state “casa”, quanto ai ricordi che ancora pulsano
sotto pelle, nel sangue, tenuti a bada da ferite ormai rimarginate e cicatrici
dure a svanire. Per i gemelli Smoke e Stack – Michael B. Jordan alle prese con
un doppio ruolo di indubbia intensità e fisicità – crescere in Mississippi è
stato un vero calvario, tanto da costringerli alla fuga.
Sappiamo poco del loro passato. Immerso in una nube di
polvere che nessuno mai potrà diradare. Figlia dell’America dell’odio, incapace
di tollerare e sempre più sedotta dal sangue e dalla rabbia. Eppure qualcuno
può ancora farsi carico dello svelamento, cioè chi è rimasto. Gli abitanti di
Clarksdale infatti non mentono, portando con sé i segni del tempo e di tutto
ciò che è stato, quando chi ha potuto è fuggito, convincendosi ingenuamente di
seppellire il passato, che inevitabilmente torna. Torna sempre.
Di chitarre, vampiri e armonie blues. Gli strumenti qui,
così come i brani, mutano improvvisamente in veri e propri portali, permettendo
ai vivi di danzare coi morti e viceversa, fino a rompere irrimediabilmente
regole ed equilibri di un nuovo (e vecchio) mondo, mai così accecato dalla
violenza e dall’impossibilità del perdono. L’America degli anni ’30 de I
peccatori, quinto lungometraggio da regista del Ryan Coogler di Creed – Nato per
combattere e The Black Phanter, non è altro che un limbo. Una terra sospesa che
appartiene a tutti e nessuno, nella quale ancora vige la legge del più forte e
il debole, o presunto tale cerca rifugio dove può. Chi nel lavoro, chi nella
famiglia e chi, come il giovane Sammie nella musica.
Cos’è però che determina la forza? Il passato, il presente
oppure il futuro? Quello che è certo, è che la forza qui non appare
incontrastata; al contrario, è messa alla prova dalle conseguenze estremamente
scomode e dolorose della perdita, dell’abbandono e del ritorno. Tanto alle
terre che un tempo sono state “casa”, quanto ai ricordi che ancora pulsano
sotto pelle, nel sangue, tenuti a bada da ferite ormai rimarginate e cicatrici
dure a svanire. Per i gemelli Smoke e Stack – Michael B. Jordan alle prese con
un doppio ruolo di indubbia intensità e fisicità – crescere in Mississippi è
stato un vero calvario, tanto da costringerli alla fuga.
Sappiamo poco del loro passato. Immerso in una nube di
polvere che nessuno mai potrà diradare. Figlia dell’America dell’odio, incapace
di tollerare e sempre più sedotta dal sangue e dalla rabbia. Eppure qualcuno
può ancora farsi carico dello svelamento, cioè chi è rimasto. Gli abitanti di
Clarksdale infatti non mentono, portando con sé i segni del tempo e di tutto
ciò che è stato, quando chi ha potuto è fuggito, convincendosi ingenuamente di
seppellire il passato, che inevitabilmente torna. Torna sempre.
Pubblicato su sentieriselvaggi.it, 17 Aprile 2025 di Eugenio
Grenna









