“Me la caverò, me la
caverò”
Certe volte ce lo diciamo davvero, magari allo specchio, per
meglio affrontare il nostro doppio mostruoso, quello che ci combina guai
continuamente nella vita, che ce la rende un inferno. A volte. Ma noi non
vogliamo diventare dei fottuti vampiri, vogliamo essere diversi. E vogliamo
abituarci a vivere l’infelicità. Anche quella può essere magnifica, se
condivisa.
Traccia traiettorie intime e dolorose questa magnifica e
commovente seduta psicanalitica su un palco di stand-up, che è Is This Thing
On?, terzo incredibile film di questo autore straordinario che sembra non
conoscere nessuno, solo perché è una star di Hollywood. Eppure seA Star Is Born
era già una sbornia emozionale dei sentimenti, mentre il successivo Maestro si
incuneava nella ricerca di quel qualcosa di impercepibile che si muove tra le
persone, quella luce particolare che si intravede tra i corpi (e le anime?) dei
personaggi… nel terzo film (che come in tutti i racconti gialli ci conferma che
tre indizi fanno una prova…), precipitiamo dentro i meandri della fine di una
storia, di una relazione, ma solo per scoprire che il vuoto che si prova, a
volte, sembra essere parte integrante delle storie, dei rapporti umani.
Nella scena più fottutamente intima del film (che
incredibilmente avviene in un luogo pubblico…quanti luoghi pubblici abbiamo
vissuto nelle nostre storie, quanti attimi ci sono sfuggiti di mano, magari in
litigate assurde di cui non riuscivamo neanche a capire da quale parte del
mondo provenivano?), eccoli Alex e Tess (Will Arnett e Laura Dern), non
sappiamo ancora nulla di loro, solo che si stanno separando. Ma lo sanno
dannatamente, ancora, solo loro due. E partecipano come niente fosse alla
serata con gli amici, non senza qualche battutina o rimprovero sotterraneo. Ma
adesso stanno tornando a casa, sono alla fermata della metropolitana, salutandosi
per prendere percorsi diversi (ma Alex si sbaglia, stanno ridendo per dei
biscotti allucinogeni che Tess ha letteralmente rubato dalla festa, sale nel
vagone come se dovesse ancora andare con lei, in un ultimo momento di
intimità), poi lei gli dice “ma che fai?” e lui esce di corsa. Tess da dietro
al vetro gli chiede “come stai?” E lui…”Me la caverò, me la caverò”.
Sono passati appena 10 minuti e sono gli ultimi atti di una
storia d’amore, prima che Alex, vagando nella notte di New York e trovandosi davanti
a un club, scopra che se vuole entrare gratis deve lasciare il proprio nome per
esibirsi sul palco degli stand-up comedian improvvisati…. Ed è li che deve improvvisare la sua (nuova)
vita.
“Non so cosa sia successo al mio matrimonio. Un giorno sono
tornato a casa e mia moglie, è ancora mia moglie, si chamava Tess – si chiama
ancora Tess – …ricordo una conversazione e qualcuno ha detto “mettiamo fine a
questa cosa”. E l’altro era d’accordo. Credo che lei lo abbia detto…Ecco perché
diceva che ero distratto…sono tornato a casa e abbiamo concordato che era
finita. E’ fantastico che fossimo d’accordo almeno su questo.”
Cosa succede quando le nostre storie, le nostre relazioni
finiscono? Quale sia il motivo, persino indipendentemente da chi abbia voluto
questa separazione (è sintomatico che Alex non ricordi neppure chi lo aveva
detto….”qualcuno ha detto” confessa sul palco), a un certo punto le nostre
storie diventano come dei corpi, che invecchiano, si ammalano, si trasformano
in qualcos’altro. E non riusciamo più a trovare la cura…
Ed ecco che Alex Novak, cinquantenne di cui non sappiamo
quasi nulla, se non che sta divorziando da Tess, ha due bambini che adora, due
cani, si è trasferito in un piccolo appartamento portandosi dietro un vecchio
armadio che era anche di Tess, e che alla domanda “Cosa fai per lavoro?”, che
gli rivolge uno degli altri “comici” al tavolo post spettacolo, risponde: “Sono
nella finanza”. Per tutto il film è tutto ciò che sappiamo della vita
professionale del protagonista, che invece vediamo continuamente in casa, con i
figli in auto, dai genitori, dagli amici, o nei locali ad esibirsi come
standupper.
Ma questo (nuovo) inizio imprevisto, questa confessione in
prima persona davanti a un pubblico di perfetti sconosciuti, diventa per Alex
un’incredibile forma di terapia. Trova finalmente il modo per cacciare fuori da
sé i propri fantasmi, ma anche i propri dolori, le proprie fragilità, provando
a (far) ridere delle proprie disavventure sentimentali.
E questa cosa sembra funzionare. Non esternamente, Alex
rimane il solito “disastro”, ma dentro di sé, un po’ alla volta qualcosa cambia.
Come una nuova consapevolezza.
Essere scoperti nelle proprie fragilità può aiutare a
cambiare le cose?
Un po’ alla volta il “segreto” di Alex viene fuori. Sono i
figli i primi a trovare i suoi appunti e a chiedere spiegazioni. Ci prova a
spiegare l’inspiegabile… “in pratica mi invento delle storie perché stanno
cambiando tante cose. Capite? È un modo per elaborare tutto…Non c’è niente di
reale. Sono storie inventate. Non sono la vita vera, capito? È come quando
usate la fantasia per inventare storie, giochi e cose così. È uguale. È’ la
stessa cosa in versione adulta”…
Sembra una bella spiegazione di tutto il mondo dello
stand-up, dove comici di vecchia e soprattutto nuova generazione si mettono a
nudo davanti al pubblico per rendere buffe e incredibilmente divertenti le loro
storie private. Ma noi però sappiamo che la sceneggiatura del film è nata da
un’idea di Will Arnett, che aveva sentito una storia molto simile dal comico
britannico John Bishop che, realmente, durante una di queste serate open mic
era salito sul palco per evitare di pagare l’ingresso al bar e scoprì in quel
modo di avere un certo talento nel raccontare storie comiche su suo divorzio….
È finzione? È realtà? Ecco, il cinema migliore, quello ci
spacca in due, che ci fa ridere e piangere contemporaneamente, è proprio quello
che sembra attraversare continuamente questa linea immaginaria, tra la fantasia
e il reale. Ma non dovrebbe essere sempre così?
E noi, con le nostre vite affannate, che corriamo dietro dei
sogni ormai un po’ appannati, che ci dimeniamo dentro storie che non sappiamo
più gestire, e che non sappiamo raccontarle a nessuno, tranne forse ai nostri
terapeuti, che davvero oggi sono gli spettatori non paganti delle nostre vite,
dei nostri racconti, e cosa cambia se queste confessioni le facciamo in chiave
comica davanti a un pubblico?
“Sono arrabbiata. Capita di arrabbiarsi in una relazione.
”Questo non è un film al femminile.”
Anche se il personaggio di Tess (una magnifica Laura Dern) è
uno dei ruoli femminili più belli, ambigui, sottili e perversamente adorabili
degli ultimi anni. È comunque anche lei protagonista della storia, perché una
relazione vista solo da una parte sarebbe imperfetta (è il dramma degli
psicanalisti, che possono ascoltare solo la nostra versione dei fatti, cosi
come gli spettatori del locale dove si racconta Alex).
Tess ha molta più vita (si vede come interagisce nel gruppo di amici, non è passiva come Alex), ha un passato da sportiva di cui si parla spesso, fino alla foto di lei che Alex sceglie di ingrandire e appendere nel suo appartamento affinché lo vedano ogni volta i figli. È arrabbiata, cangiante, ma ha capito che quel piccolo mondo della loro relazione ormai è andato…eppure…chi lo sa?
Tess non è un diavolo come ci piace dipingere mentalmente le
persone delle storie passate, ma è un dannato “angelo perverso”, che non solo
si ritrova, la prima volta che esce con un altro uomo, nello stesso pub dove
Alex racconta a tutti la storia della loro relazione, ma dopo l’ovvia iniziale
sorpresa e arrabbiatura, arriva persino a sorridere dei suoi racconti, fino a
dirgli poi, all’uscita dopo che lui, trafelato, l’ha raggiunta, che il tutto
era “molto sexy”.
“Concediti la grazia
di provare quello che provi. Senza filtri”
Lo dice la mamma di Alex quando va a parlare con Tess, con
la quale ha evidentemente un rapporto speciale. E questa concessione di grazia
sarà ripetuta ad Alex da suo padre, in un connubio familiare che sa molto di
complicità, comunicazione, punti di vista.
E alla fine saranno entrambi a concedersi questa “grazia di
provare quello che provano senza filtri”, con risvolti del tutto inaspettati e
imprevedibili.
Le relazioni implodono e, almeno nei film, a volte sembrano
riesplodere. Ma è un’illusione. Ed eccolo Alex davanti al suo
pubblico/terapista, in una sorta di “ultimo spettacolo” (ma non è vero)
raccontarsi definitivamente:
“Le relazioni fanno schifo. Non intendo dire che sono
deprimenti. Fanno proprio schifo.
Quando hai una relazione con qualcuno quello prova
letteralmente a succhiarti via la vita.
Sono fottuti vampiri.
Nel momento in cui ti senti felice per loro diventi puro
sangue incontaminato. E te lo succhieranno dal tuo corpo, cazzo. E se lo
berranno fino all’ultima goccia. Sapete perché eh? Perché per loro la felicità
è come il sole. È come un paletto conficcato nel cuore, cazzo. Non la vogliono,
non ti vogliono felice, cazzo. E ci sono solo due modi per sfuggire a questa
squallida esistenza del cazzo. O diventi come loro o muori, cazzo.
Io non ci sto. Non voglio diventare un fottuto vampiro.”
Non vogliamo diventare dei vampiri, non vogliamo succhiare
il sangue delle persone a noi care.
Raccontato cosi, È l’ultima battuta? sembra un film “tutto
di sceneggiatura”, peraltro scritta splendidamente da Bradley Cooper, Will
Arnett e Mark Chappell. Ma non è vero. Il film è un’anima pulsante, è un soffio
di vita raccontato così vicino ai protagonisti che Bradley Cooper – che ha
affidato come sempre la Fotografia al grande Matthew Libatique – ha voluto
personalmente cimentarsi come operatore con la macchina a mano, iscrivendosi
persino al sindacato dei direttori della fotografia per farlo. E Libatique ha
trovato il tutto funzionale e forse divertente (“È un film girato con la telecamera
a mano, e Bradley e Will hanno circa la stessa altezza, quindi anche questo ci
ha dato un grande vantaggio” ha raccontato). Corpi e volti appiccicati alla
macchina da presa, come in un film di
Cassavetes, che rimane il cuore rivelatore di queste storie, come un
antesignano imprescindibile.
E poi sapete perché il film risulta così vivo? Per lo splendido uso della macchina a mano? Si. Per i due attori magnificamente dentro ai personaggi? Si, certo. Oppure perché, come ha raccontato Cooper, il film è diventato qualcosa oltre la stand-up comedy (“Nella sceneggiatura originale, la stand-up comedy era la trama principale e la relazione la trama secondaria, ma l’ultima cosa che volevo fare era realizzare una versione romanzata di cosa significhi essere un comico di stand-up” ha detto il regista/attore, che peraltro si è riservato per lui un ruolo molto buffo e divertente dell’amico un po’ lunatico di Alex). Si, tutto vero.
Ma quel senso di autenticità del film è dato proprio
dall’aver girato molte scene all’interno del vero Comedy Cellar di New York e
dall’aver inserito nel cast numerosi comici professionisti della scena attuale,
che interpretano sé stessi o altri comici che frequentano il club. Infatti tra
i veri comici che appaiono nel film (spesso al “tavolo dei comici” o sul palco)
troviamo Dave Attell, una leggenda della stand-up americana, considerato un
“comico per i comici”; Amy Sedaris, comica e attrice molto nota negli USA per
il suo stile eccentrico; Jordan Jensen, una delle stelle nascenti della scena
di New York (nel film interpreta Jill, una comica con cui Alex ha un breve
flirt); Chloe Radcliffe, altra presenza fissa dei club newyorkesi; Reggie
Conquest e James Tom che sono dei veri stand-up comedian che popolano
l’ambiente del club nel film.
Voglio essere infelice con te. Viviamo infelici insieme.
A un certo punto, sul palco, Alex confessa: “Ho fatto sesso
con un’altra donna dopo essere stato sposato par tanti anni ed è
stato…pauroso…vi dirò questa esperienza mi ha fatto sentire la mancanza di mia
moglie. E ne sono sorpreso perché…litigavamo tanto. Hanno finito per mancarmi
anche alcuni litigi.”
Hanno finito per mancarmi anche i litigi. Viene da pensare a
cosa ci si attacca dentro di noi di una persona: di che sostanza è fatta questa
cosa? E, soprattutto, come possiamo liberarcene?
Una relazione, dicevamo prima, è come un corpo. E come un
corpo, a volte, va seppellito. Anche se poi nei nostri sogni, le persone che
abbiamo perso e sepolto, tanto spesso vengono a trovarci…
Pubblicato su sentieriselvaggi.it, 2 Aprile 2026 di Federico Chiacchiari
Titolo originale: Is This Thing On?
Regia: Bradley Cooper
Interpreti: Will Arnett, Laura Dern, Bradley
Cooper, Andra Day, Amy Sedaris, Sean Ayes, Christine Ebersole, Ciaràn Hinds
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
Durata: 121′ - Origine: USA, 2025
"È l’ultima battuta?" si apre ex abrupto: la prima battuta pronunciata da un personaggio riguarda la decisione di porre fine alla relazione matrimoniale. Inizia così, brutalmente e in modo assolutamente diretto il terzo film di Breadly Cooper, dichiarando sin dai primi secondi quali saranno le coordinate narrative in cui lo spettatore si troverà: un film drammatico riguardante la fine, più o meno dolorosa e forse ricca di strascichi e di problemi, di un rapporto matrimoniale durato anni, con tanto di figli e proprietà immobiliari a carico.
La regia sottolinea questo ambito drammatico, scegliendo di fare proprie una tipologia di riprese "sporche" che ricordano un certo stile da film indipendente della East Coast: la camera a mano traballante che segue i personaggi di spalle mentre camminano, la vicinanza eccessiva della macchina da presa ai visi degli attori a indicare un loro pedinamento, o alcune costruzioni delle inquadrature che vengono realizzare per suggerire un effetto "casuale" come, ad esempio, le scene in cui il viso dei personaggi occupa buona parte del quadro come se la composizione dell’inquadratura fosse improvvisata al momento.
Le sequenze dedicate alla vita quotidiana della ex
coppia, composta da Alex e Tess, e incentrate sulle diverse e inevitabili fasi
della separazione, come la gestione comune dei figli, la ricerca di una nuova
abitazione e le prime, timide e incerte, frequentazioni amorose, vengono
intervallate all’interno del film alle esibizioni come stand-up comedian da
parte di Alex, che trova in questa forma di spettacolo non solo un hobby ma
anche e soprattutto una valvola di sfogo, un modo per esprimere liberamente le
proprie riflessioni e angosce, una sorta di seduta psicoanalitica in cui
confessare a un pubblico i pensieri più reconditi. Il film si struttura quindi
su una continua alternanza fra sequenze relative alla vita quotidiana dei
protagonisti, una versione contemporanea del bergmaniano "Scene da un
matrimonio", e altre incentrate sulle esibizioni di Alex, aventi un ruolo
di analisi riflessiva e, insieme, di commento umoristico finalizzato ad
esorcizzare la gravità delle prime.
Questo tono agrodolce determinato dalla compresenza di dramma familiare e comicità raggiunge un punto di stravolgimento quando Tess vede per caso uno spettacolo di Alex in cui questi, non sapendo della presenza della ex moglie, espone con franchezza e libertà tutti i suoi pensieri e le proprie esperienze più recenti. È così che il film passa da dramma a commedia: dalla storia di un divorzio alla commedia degli equivoci, cioè a un congegno narrativo in cui i personaggi si trovano immersi senza saperlo in una situazione comica perché profondamente (e involontariamente) imbarazzante. Così facendo, "È l’ultima battuta" si mantiene in un delicato equilibrio fra tonalità opposte: fra il racconto di profonde (e purtroppo comuni) problematiche personali e la loro esorcizzazione tramite la riflessione comica.
Bradley Cooper realizza un prodotto che vampirizza e racchiude in sé gli elementi linguistici fondanti della stand-up comedy: quella capacità cioè di raccontare le più tristi e turpi miserie quotidiane dell’uomo occidentale perché rielaborate attraverso un filtro comico. In tal modo, la tragedia quotidiana e il dramma borghese vengono inseriti in un alveo umoristico che permette di sdoganare qualsiasi argomento così da parlarne liberamente, grazie al fatto di essere al contempo alleggeriti dal filtro della comicità e resi profondi dalla garanzia di autenticità e di realismo personale. "È l’ultima battuta?" è quindi un modo innovativo di raccontare tematiche già viste ma ancora attuali perché caratterizzanti la nostra società, unendo una profonda veridicità a un tono leggero da farsa: è il connubio agrodolce su cui si regge il film, magnificamente in bilico fra dramma e commedia.
Qui avviene il secondo stravolgimento: la ex moglie
finisce per apprezzare il monologo, la sincerità e la spontaneità di Alex tanto
da finirci a letto. Questo modo inaspettato e curioso di ravvivare il proprio
rapporto permette al lungometraggio di configurarsi come una commedia del
rimatrimonio. Anzi: una comedy, nell’accezione del termine inglese con cui si
indica un prodotto comico, in grado di permette una migliore e più profonda
conoscenza fra i partner grazie a quel mix di umorismo e racconto delle proprie
miserie umane (ma comuni a chiunque) che è la stand-up comedy.
Dunque, al suo terzo lungometraggio come regista, Bradley Cooper crea un film davvero convincente perché fresco, originale e brillante, riuscendo magistralmente a coniugare "Scene da un matrimonio" con "Susanna!", attraverso il linguaggio contemporaneo della stand-up comedy.
Pubblicato su ondacinema.it di Francesco Cianciarelli il 6 aprile 2026

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