martedì 8 settembre 2026

Bucking Fastard di Werner Herzog (2026)

VENEZIA 83. Concorso

Due sorelle, Jean e Joan Holbrooke, sono così unite da parlare all’unisono, amare lo stesso uomo e condividere gli stessi sogni. Persino i loro lapsus sono identici e pronunciati in contemporanea. Non possiamo vedere il mondo attraverso i loro occhi, ma possiamo osservare il modo in cui il mondo reagisce a loro: attraverso i tribunali e la stampa, attraverso coloro che cercano di aiutarle e coloro che vogliono sfruttarle, attraverso lo sguardo di animali domestici e selvatici, e persino attraverso l’eco delle loro stesse vite nelle profondità della terra.

Dedicato a David Lynch: con questa scritta dedicata al collega recentemente scomparso, inizia l’ultima opera di Werner Herzog, Bucking Fastard, in concorso a Venezia 83. Herzog ritorna a ciò che la vulgata considera fiction, ovvero film di messinscena interpretati da attori recitanti. In realtà, come più volte dichiarato dallo stesso cineasta, non c’è una distinzione nel suo cinema tra documentario e finzione. Questo film parte in effetti da qualcosa che il regista avrebbe potuto facilmente sviluppare anche come cinema del reale, ovvero un caso di eccezionale rilievo psicologico-medico, quello delle gemelle inglesi di York Freda e Greta Chaplin, divenute celebri per compiere qualsiasi azione in simultanea, parlare all’unisono, addirittura avere lo stesso partner sessuale. Un caso di studio della gemellologia, una rarità comportamentale da indagare scientificamente. Un nuovo enigma dopo quello di Kaspar Hauser. Le due, infatti, sono arrivate clamorosamente in tribunale a esclamare contemporaneamente il gioco di parole “Bucking Fastard”, una scena riprodotta nel film, da cui prende il titolo che conferisce un tono leggero, canzonatorio. Sarebbe un soggetto perfetto per uno di quei documentari sulle teratologie o malformazioni fisiche come Paese del silenzio e dell’oscurità o Futuro impedito, o sulle aberrazioni psichiatriche dei detenuti nel braccio della morte di On Death Row. L’inizio del film è proprio il processo alle sorelle Jean e Joan Holbrooke, in un tribunale irlandese. Una cerimonia pomposa con il giudice in ermellino e parrucca come nello stile britannico. Sembra portarci indietro nel tempo, con le figure tipiche herzoghiane, di quegli scribani o notabili ottocenteschi grigi e ingessati di tanti film del regista ambientati nel passato. Il mondo ritratto nel film è fuori dal tempo, o dimenticato dal tempo, anche se alcune battute, che alludono ai social, indicano che il film è contemporaneo. Nessuna di quelle nuove tecnologie tuttavia appare mai.

Nel mockumentary Incident at Loch Ness (diretto da Zach Penn), Herzog voleva interrogarsi su come mai in un’era governata dalla razionalità scientifica positivista, la gente voglia credere all’irrazionale presenza di una creatura preistorica lacustre. Quell’affermazione sarebbe in realtà da ribaltare: è Herzog a essere un uomo dell’Ottocento romantico a vivere in un mondo a lui anacronistico. È Herzog che racconta la storia delle sorelle Holbrooke seguendo un immaginario romanzesco e calligrafico, sospeso fra il romanzo sentimentale di Jane Austen e il gotico delle sorelle Brontë, rielaborando il concetto di sorellanza e amore della prima, cancellando la possibilità di concezioni diverse dell’amore e concependo due sorelle nelle quali ragione, sentimento, orgoglio, pregiudizio, desiderio e identità siano diventati indistinguibili. Il tutto all’interno di un paesaggio che funziona come via di fuga, come la brughiera di Cime tempestose, dove una nuova Jane Austen, sdoppiata in due, cerca la propria identità e l’amore vero. Le gemelle del film sono nella costante ricerca di una “terra immaginaria dove il vero amore è possibile”, esacerbando quel conflitto tra natura e cultura che governa tutto il cinema di Herzog. E da qui si innesta una nuova avventura in un altro ignoto spazio profondo, nelle viscere della terra ancora inesplorate. Si parte dall’ingresso di una caverna che guarda su un verde paesaggio irlandese maestoso, spesso contemplato nel film come l’indovino di Cuore di vetro – film che peraltro finisce con le immagini leggendarie di due isolotti irlandesi – contemplava i boschi bavaresi. E si arriva alle Grotte di Postumia in Slovenia, poco distanti da Trieste, incredibile reticolo carsico, un regno sotterraneo, tutto grondante di stalattiti e stalagmiti, di quasi 21 km di caverne e gallerie a oggi conosciute, ma presumibilmente c’è ancora molto da esplorare. Herzog le mostra nella versione già antropizzata, con i corrimani, il trenino e il negozio di souvenir, a uso e consumo dei visitatori turisti. Ma anche questo fa parte di una concezione ottocentesca della natura da domare, asservire. Le grotte furono in effetti scoperte nel 1818 e già nell’anno successivo furono aperte al turismo con l’arciduca Ferdinando, erede al trono austriaco, a fare da apripista. E a fine Ottocento risale la realizzazione della ferrovia e dell’illuminazione elettrica, con quel grottesco lampadario di cristallo che Herzog non manca di riprendere. E ancora si parla dell’animale simbolo di quelle caverne, il proteo, quell’anfibio cieco che vive in ambienti sotterranei, avendo sviluppato tutti gli altri sensi. Una creatura perfetta per Herzog.

Pubblicato su quinlan.it - 04/09/2026 di Giampiero Raganelli 

Quando, con una palese irritualità, le gemelle Jean e Joan Holbrooke vengono chiamate a deporre “contemporaneamente” nel processo in cui sono imputate per stalking e iniziano a parlare in perfetta sincronia, è inevitabile sorridere. Del resto, in tutta la prima parte di Bucking Fastard, l’ironia suprema di Werner Herzog sembra ripercorrere le dinamiche folli di alcuni dei suoi film più schizzati, tipo Il cattivo tenente. Tutti i flashback che raccontano l’ossessione amorosa delle due protagoniste per il vicino di caso Gareth Mulroney sono segnati da una evidente tendenza al sovraccarico e all’eccesso. Che diventa addirittura smaccata quando Olando Bloom irrompe in chiesa completamente ubriaco, con una pinta di birra in mano, facendo scattare il colpo di fulmine. Eppure, Herzog non è un cinico. La sua ironia non è mai derisione. Perché sa perfettamente che l’eccezione è una regola di natura. E quindi la diversità “eclatante” di tanti suoi personaggi non è altro che la versione estrema, radicale, delle innumerevoli follie, ossessioni, mancanze, stranezze che abitano il mondo e le nostre vite. In fondo, se ridiamo, ridiamo un po’ di noi stessi.

È chiaro che la fantasia di Herzog non poteva che essere attratta dalla storia vera delle gemelle inglesi Freda e Greta Chaplin, vissute per un’intera esistenza in simbiosi, al punto da essere incapaci di separarsi anche per le più elementari e banali attività quotidiane, tipo passare l’aspirapolvere o aprire una scatola di sardine. E davvero negli anni ’80 le due sorelle furono coinvolte in un processo per stalking, denunciate da un camionista con cui avevano avuto una relazione. Dopo qualche tempo Herzog riuscì a incontrarle, come racconta nella sua biografia Ognuno per sé e Dio contro tutti, rimanendo a tal punto colpito da coltivare per anni l’idea di un film ispirato alla loro storia. Bucking Fastard è il punto di arrivo di quella suggestione, ma, ovviamente, non è la pura e semplice ricostruzione della vicenda. Le protagoniste, incarnate dalle sorelle Kate e Rooney Mara, hanno un nuovo nome e l’ambientazione viene spostata dall’Inghilterra ai paesaggi “incantati” dell’Irlanda. Ma tutto il racconto sembra a poco a poco evaporare in una dimensione fantastica in cui viene ridefinito, se non smarrito, il senso ogni cosa.

Già all’inizio, quando il tono è più grottesco, Herzog introduce dei momenti “sublimi”, quasi per una sorta di compensazione. Come la scena in cui le due le sorelle si librano in aria sollevate dal muletto o quella in cui vanno a mangiare fish and chips con l’assistente sociale Timothy. Sono leggeri movimenti fuori sincrono che fanno eco a tutti quegli istanti in cui le gemelle smarriscono la loro armonia speculare, scoprendosi, per una frazione di secondo, diverse, separate e “sole”. Quasi dei lapsus, deviazioni dalla norma, sottili incrinature del senso e della parola, come il bucking fastard urlato dalle sorelle Holbrooke durante il processo. Lungo questi spiazzamenti, si entra pian piano in una zona d’ombra e di mistero, che per un attimo può far pensare a Lynch (a cui il film è dedicato), a quei deliri tra sogno e incubo, attraversati da doppi, identità che si confondono, strade perdute. Ma che, in verità, è profondamente herzoghiana, appartiene a quel fondo opaco, denso e impenetrabile del suo cinema, fatto di visioni, epifanie, smarrimenti ottici, fate morgane non più decifrabili con la logica e definibili con le parole. Non una materializzazione dell’inconscio, ma un altro modo di leggere la realtà, di scorgerne le curvature. E così, quando Jean e Joan si trasferiscono dalla zia e ascoltano dal vecchio McFarlane la storia di un tunnel segreto che porta dall’Irlanda fino alle Orcadi, si entra definitivamente in un altro mondo. Riprende forma quell’ossessione incessante che rasenta la follia e che davvero rende Bucking Fastard la chiusura del cerchio di un “trittico operistico” iniziato con Fitzcarraldo e proseguito con Grizzly Man, come dichiara Herzog. Ma quell’infinito scavare nelle viscere della terra, sul fondo delle caverne, per aprirsi la strada a un mondo in cui trovare finalmente l’assoluto dell’amore, è anche il segno di un’ostinazione, del rifiuto e dell’impossibilità di adattarsi a un mondo rinchiuso in una logica monodimensionale e limitata.

Le gemelle Holbrooke sembrano sorelle ideali di Kaspar Hauser e Bruno Stroszek, destinate all’incomprensione, alla solitudine e al rifiuto. Perché, semplicemente, provengono da un altro spazio-tempo e parlano un’altra lingua. Ma proprio per questo sono capaci di indicare un’altra prospettiva della realtà. In cui convivono le cose più concrete e banali, come una ringhiera di ferro o una cartolina per turisti, e gli oggetti e gli esseri magici, rocce dalla forma di veli, animali che sembrano reincarnazioni di spiriti, creature misteriose, come il proteo, un vecchio drago che si è adattato a vivere nel buio e nel profondo della terra. Non ancora l’utopia dell’Orcadi, ma quell’attimo sospeso in cui l’immaginazione segna al tempo stesso il suo trionfo e la sua disfatta, libertà infinita ma solo nel profondo di una caverna di sogni dimenticati. “Non potete uscire, perché non siete mai state dentro”. Dentro cosa? Il cinema, la vita?

Pubblicato su sentieriselvaggi.it - 3 Settembre 2026 di Aldo Spiniello

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