mercoledì 23 ottobre 2024

Megalopolis di Francis Ford Coppola (2024)

 

Megalopolis è l’avveniristico progetto urbanistico di Cesar Catilina, ma è anche ovviamente l’utopia stessa di Francis Ford Coppola, quella di un cinema che vada oltre le coordinate stesse del tempo e della vita, che superi l’umano non per rifiutarlo ma per spingerlo avanti. Film-testamento, Megalopolis è il sogno lungo un giorno dell’era digitale, che ancora proclama la sua giovinezza senza giovinezza.

Cesar Catilina, un architetto di New Rome, ha un piano utopistico per ricostruire la suddetta città in un modo del tutto nuovo e innovativo. Il suo sogno, però, è ostacolato dal sindaco Frank Cicero, corrotto e conservatore. La figlia di questi, Julia, che cerca di emanciparsi dalla situazione di privilegio e oppressione in cui è nata, si ritrova presto fra due fuochi in quanto affezionata al padre, ma innamorata del progettista. Hamilton Crassus III, spregiudicato magnate, spinge per il progetto del nipote Cesar mentre il cugino di questi, Clodio, è ossessionato da Julia e disposto a tutto per conquistarla. [sinossi]

“Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti”, dichiara l’immortale principe Vlad alla sua amata Mina in una delle sequenze più celebri di Bram Stoker’s Dracula; Matei Dominic, il protagonista di Youth Without Youth (in italiano tradotto con Un’altra giovinezza, smarrendo dunque il senso dell’originale), ringiovanisce di alcune decine di anni dopo essere stato colpito da un fulmine; al contrario Jack, interpretato da Robin Williams, nasce dopo appena un paio di mesi di gestazione e invecchia quattro volte più velocemente del normale. Nella prima sequenza di Megalopolis, che corrisponde anche alle primissime immagini del film rese note nelle scorse settimane, Cesar Catilina si sporge dalla sommità di un grattacielo, immerso nella dorata luce del tramonto, e mette un piede nel vuoto. Mentre è a un passo dallo sbilanciarsi definitivamente con l’unica prospettiva di precipitare per alcune centinaia di metri, grida “STOP”, e tutto il mondo si ferma come congelato davanti a lui. Vorrebbe forse morire Catilina, l’architetto più innovativo di New Rome, la città che è stata costruita sulle macerie del moderno tentando di inseguire l’apparente marmorea perfezione dell’antica Roma? No, il suo unico desiderio è quello di testare il potere. Non il potere economico, quello che regge suo zio Hamilton Crassus III (il banchiere più importante della città), né quello politico affidato alle mani del corrotto – così pare – sindaco Frank Cicero, metà Cicerone metà Sinatra, che ha per figlia la bellissima Julia, che passa le sue giornate discettando di moda con le amiche del cuore ma bramerebbe uscire dal cono d’ombra paterno. No, il potere di Catilina è d’altro tipo: grazie al megalon, materiale da lui scoperto, il giovane e ammirato architetto può controllare il tempo. Fermarlo per poi farlo ripartire, come si trattasse di una moviola cinematografica. Questo non gli ha consentito, ovviamente, di salvare la vita dell’amata consorte, deceduta a seguito di un incidente d’auto mentre era incinta del loro erede; una morte di cui subdolamente Catilina è stato accusato proprio dal sindaco Cicero, che vede in lui la principale minaccia che grava su New Rome, o forse molto più prosaicamente su se stesso.

Ma il cinema ha il potere reale e non fittizio di fermare il tempo? Chissà quante volte deve esserselo chiesto Francis Ford Coppola, che nella sua testa manda avanti e indietro Megalopolis da decenni, o forse addirittura da sempre, da quando il suo sguardo ancora infante si posò sulle forme di Things to Come (La vita futura, 1936), tra le massime intuizioni visionarie del produttore Alexander Korda che affidò la regia a William Cameron Menzies. Lì si ipotizzava un futuro in cui, nel disperato tentativo di ricostruire una parvenza di democrazia in un mondo andato sempre più alla deriva, ci si riallacciasse alla memoria dell’antica Grecia. Sminuzzato, rivisto e corretto a seconda delle nazioni in cui usciva, rimontato, svilito della sua potenza immaginifica a seconda delle occasioni, La vita futura fu un clamoroso fallimento produttivo, vista e considerata anche l’enorme spesa sostenuta per la sua realizzazione – si parlò della più costosa pellicola di fantascienza degli anni Trenta. Una catastrofe che ebbe bisogno di anni per trasformarsi in culto, e vedersi finalmente valutata per quel che realmente valeva. Si è fin troppo facili profeti nel suggerire come un destino simile potrebbe arridere anche a Megalopolis, con ogni probabilità ultimo atto artistico di un cineasta oramai ottantacinquenne che da ben tredici anni non portava a termine un progetto cinematografico (nel 2011 fu la volta del sottostimato e per lo più incompreso Twixt). L’accoglienza al Festival di Cannes, dov’è stato collocato in concorso, non è di certo stata trionfale, e alle proiezioni stampa si è perfino udito qualche fischio ad accompagnare i titoli di coda. Nulla di sorprendente, sia chiaro, per quanto su questo punto ci si permette di tornare più avanti, a guisa di conclusione. Coppola in primis ha attraversato gli oceani del tempo per trovare il suo film, che ha cocciutamente inseguito per decenni, nel vano tentativo di riuscire a trasformare la sua fantasmagoria in realtà. C’è perfino chi, come il fedele sodale James Caan, è morto prima di poter prendere parte a un set vagheggiato per tempo immemore. Ecco perché ogni singolo fotogramma di Megalopolis pare reclamare il proprio diritto a esistere nel tempo, a tratti in modo quasi disperato. Nessuno d’altronde nello scacchiere produttivo internazionale ha pensato di dare una mano a Coppola per rendere viva la sua creatura. Nessun produttore hollywoodiano si è fatto davvero tentare dalla sfida, una sfida che appare quasi come un suicidio dichiarato: dopotutto se si vedesse un uomo uscire dalla finestra per muoversi sul cornicione di un grattacielo verso l’orrido chi non penserebbe a un tragico tuffo nel vuoto? Ma il cinema può fermare il tempo.

Così come l’idea di Megalopolis, la nuova e rivoluzionaria struttura urbanistica pensata da Catilina – che ama comunque tenersi ben lontano dal popolo –, è il frutto di una lambiccata serie di letture, studi, analisi del territorio e della storia (e persino dello spazio), anche Megalopolis presenta un’architettura mai liscia, ma ruvida e soprattutto continuamente stratificata. Si può partire infatti dal già citato La vita futura, o forse ancora prima, dai tagli espressionistici dei palazzi che oltre al sempiterno Metropolis riecheggiano le sghembe prospettive di Robert Wiene, per poi attraversare il classico per approdare al moderno. Ci sono campo-controcampi di cui sarebbe stato orgoglioso il compianto Roger Corman (e alla sua scuderia Coppola venne addestrato, come testimonia Dementia 13/Terrore alla 13ª ora) che trasmutano in dissolvenze incrociate degne del surrealismo, oltre a un indimenticabile schermo tripartito che non può non rimandare al Napoléon di Abel Gance. Già, Gance: si torna qui sulla Croisette alla visione della prima parte restaurata di quello che è a tutti gli effetti uno dei più grandi film della storia del cinema. Che il rimpallo tra Napoléon e Megalopolis sia o meno volontario è questione di ben poco interesse. Ciò che conta è che nelle pieghe di questo racconto slabbrato, quasi a tratti informe sotto il punto di vista prettamente narrativo – e c’è già chi si sta aggrappando alla regola dei tre tempi per giustificare la propria bocciatura critica… – pulsino le vene della medesima ambizione. L’ambizione non di girare un film, ma di creare vita attraverso l’arte. Di rammentare al mondo che esiste l’arte, che il cinema non è un groviglio di regole predette ma la spinta continua a superarle, a porsi obiettivi che sembrano impensabili. Non è una vestale, il cinema, e contrariamente alla Vesta Sweetwater novella Taylor Swift che incanta il pubblico dei giochi da stadio con la sua voce cristallina non ha mai finto di essere vergine. L’arte non è iperuranica, anche quando è meramente utopica – e il sottotitolo di Megalopolis recita “A Fable”, qualora il concetto non fosse già abbastanza chiaro. Coppola ribalta la storia, e rende il suo Catilina vittima e non orditore di una congiura per impedire di risanare lo Stato. La Repubblica, o ciò che resta di essa, in un mondo in cui le classi sociali sono sempre più distanti, ma dove è l’atto populista quello in grado di convincere le masse.

Negli occhi di Cesar Catilina si riflette com’è ovvio l’utopia di Preston Tucker, e se c’è un film che più di ogni altro può somigliare a Megalopolis all’interno della vasta filmografia coppoliana quello è senza dubbio Un sogno lungo un giorno, non a caso uno dei più dichiarati disastri commerciali cui sia andato incontro il regista. Ed è a dir poco commovente che come atto terminale – o quasi – della propria vita Coppola oltre a innalzare un inno dolcissimo alla famiglia (quel finale, così spiazzante, in cui la tragedia shakespeariana si tramuta in un batter d’occhio in commedia, è la certificazione di come l’affetto domestico sia uno dei centri nevralgici del pensiero di Coppola) rivendichi il suo diritto d’artista al fallimento. Fallimento commerciale, senza dubbio, ma soprattutto fallimento come intima necessità dell’umano per superarsi, per cogliere fino in fondo i propri limiti, per comprendere come solo attraverso la mancanza ci si possa spingere verso la completezza. Non pochi attribuiranno ai saliscendi espressivi del film valori o aggettivi negativi, perché la critica si è trasformata in un esercizio censorio del gusto. Lo pretendono i social, lo pretende la velocità del contemporaneo, lo pretende un tempo che non si può controllare. Ma il cinema controlla il tempo, e dunque Megalopolis può permettersi di essere imperfetto. Categorie come bello o brutto non ne colgono l’essenza, scalfendo a malapena la superficie. A Cannes, all’uscita della proiezione stampa, mentre i beoti fischi ancora riecheggiavano nell’aria, non pochi hanno profferito frasi come “mi aspettavo meglio” o “certo, è un’opera minore”. Nelle ore successive, quando la barbara pratica dell’embargo – altro tentativo della mediocre contemporaneità di gestire il tempo – concedeva finalmente il lusso dell’opinione, la situazione è andata persino peggiorando. Non è interesse di nessuno difendere a priori il cinema di Francis Ford Coppola, o anche solo quest’ultima fatica in particolare. Eppure l’apparizione sullo schermo di Megalopolis, alla stessa stregua di quella di qualche giorno fa di Napoléon, marca una distanza, segna sul terreno un confine, quello tra il cinema come elemento che si maneggia e il cinema come arte che ci maneggia. Non si può contenere in una mano Megalopolis, e non perché per l’appunto sia un “capolavoro” (altro termine di cui si abusa senza vergogna negli ultimi anni). La verità è che l’immagine di Coppola, quell’immagine che sotto l’immagine vede un brulicare di altre immagini, si posiziona altrove, in uno spazio liminare che non appartiene più al contemporaneo. Non si comprende oggi Megalopolis perché lo si guarda con gli stessi occhi che si sono appena posati su un un’opera immersa nell’industria e nei suoi dettami. Coppola non è anticapitalista nei temi – anzi, su quello sarebbe anche interessante discutere – lo è nell’atto stesso di girare, di distruggere il capitale (proprio) per produrre un’immagine che abbia senso. Ci si è dimenticati, probabilmente, fino a quale punto possa spingersi il cinema, e quindi ci si sente delusi da un film che non rispetta nessun codice prestabilito, e addirittura pretende ancora l’umano in scena per poter dialogare con l’umano in digitale. Ecco, quando entra l’uomo, un ignoto volontario, un tecnico, un lavoratore della sala cinematografica, e armato di microfono dialoga con Adam Driver/Catilina sullo schermo (si potrà fare in ogni sala? Questo è l’unico quesito, lo stesso che riguardava l’apparizione del 3D in una singola sequenza di Twixt), per un momento sembra ancora di riconoscere il Cinema, e la sua arte. Non piangere di fronte a un’idea così enorme dell’immagine in movimento equivale forse a essere morti. O meglio, a essere burocrati, forse sindaci forse banchieri. Ma l’utopia è stoppare il tempo. Perché c’è ancora tempo, e c’è ancora utopia. Basta aprire gli occhi.

Pubblicato su quinlan.it, 17/05/2024 di Raffaele Meale

 

Un cinema ancora alla ricerca del materiale con cui modellare il futuro, e nel frattempo si chiede quanto il passato possa restare intaccato. La teoria M di Coppola, messa a nudo. Grandioso.

Quando ad un certo punto la madre del protagonista Caesar Catilinia (Adam Driver), interpretata da Talia Shire, parla di una teoria che ipotizza l’esistenza di “undici dimensioni del tempo”, cita una particolare versione della teoria delle stringhe chiamata Teoria M. Teoria Megalopolis? Il fisico Edward Witten fu il primo a ipotizzare la Teoria M nel 1995, fondendo la string theory “classica” con quella della supergravità a undici dimensioni: e di supergravità sembra parlare da subito il film di Francis Ford Coppola, con l’incipit in cui Catilina è sospeso ad un passo dal vuoto sul tetto di un edificio che somiglia al Chrysler Building di New York, solo che la città si chiama New Rome anche se ha la Statua della Libertà, Central Park, il Queens e così via. “Tempo, fermati!”, intima il protagonista guardando in basso il traffico immobilizzarsi lungo la strada. Nel finale (no spoiler!), saremo noi spettatori a guardare dal basso verso l’alto, ma vi lasciamo la sorpresa di quale sarà l’unica creatura a potersi muovere nel fotogramma freezato. Quello che accade in mezzo tra queste due sequenze di apertura e chiusura, stiamo ancora cercando di metabolizzarlo – ci vorrebbe una teoria, forse. Oppure è la teoria che Coppola porta avanti dall’incipit di Apocalypse Now passando per Un sogno lungo un giorno, Peggy Sue si è sposata, Dracula, Un’altra giovinezza, la stessa teoria del film più vicino a questo, probabilmente – e paradossalmente, dato che si trattava in quel caso di una commedia “classica”, tutto quello che non si può dire di questo esperimento sconsiderato girato con l’incoscienza dell’esordiente che vende l’azienda di famiglia per finanziarsi il film, ovvero Jack, sul bambino Robin Williams nel corpo di un adulto. “Non voglio che i miei pensieri vengano intaccati dal tempo!”, urla Catilina in uno dei suoi disperati trip interiori, e Megalopolis, con la sua anima quasi da videoessay (o da pantagruelico mash-up?), sembra girato anche per testare quanto cinema nella nostra memoria sia appunto rimasto intaccato dal tempo, da La fonte meravigliosa di King Vidor ai colori e le sovrimpressioni di Minnelli, dalle follie visionarie del “padrino” Roger Corman (come già in Twixt) a Hitchcock, Lang, Welles, Delmer Daves…

E’ tutto ancora una volta una questione di discendenze, di legami di sangue e condanne familiari, lo sapevano già Shakespeare e Marco Aurelio, letteralmente tirati in ballo dai dialoghi (e d’altronde gli end credits segnalano la fondamentale collaborazione di Roman Coppola all’intero progetto, e poi Talia Shire, Jason Schwartzman): ecco, Coppola qui si diverte come mai prima d’ora a far parlare i suoi personaggi per aforismi, citazioni, eserghi, come fossimo appunto (ancora una volta) in una tragedia classica, recitata in latino o con i versi di un’opera lirica.

La faccenda è tutta una intricata questione di urbanistica e di potere, delitti passionali e sotterfugi di palazzo, ma è da subito chiaro come lo spazio sia qui innanzitutto un corollario del tempo, la scoperta del Megalon, il materiale su cui Catilina vuole costruire la città del futuro, è il risultato di un disperato atto d’amore intimo e personale, l’idea di una materia interiore invisibile e perennemente cangiante, come la forma stessa del film, ora musical ora videoclip, ora Max Ophuls ora Wachowski (per l’universo di Matrix la teoria delle stringhe è fondamentale, e qui il narratore è di nuovo quel Larry Fishburne/Morpheus scoperto proprio da Apocalypse Now…). A chi passa davvero il testimone Francis Ford Coppola con Megalopolis? A chi lo passa Catilina dopo essere scampato alla propria morte proprio grazie ad un innesto di Megalon?

Nelle proiezioni cannensi un attore sale sul palco a recitare una breve parte nel corso di una sequenza in cui il protagonista risponde a dei giornalisti in conferenza: Adam Driver dallo schermo risponde alla voce che proviene dalla sala, così come per tutto il film sembra rispondere costantemente alle voci dal futuro che sente nella sua testa, e nel suo cuore. Quasi fossimo in una performance di “teatro totale” alla Bob Wilson.

Gli split screen verticali “ad incastro” che puntellano il montaggio non sembrano così più tanto una concezione agli schermi “rovesciati” del presente (come invece nel film della nipote Gia) quanto gli aghi di un’ecografia, di un’anima messa a nudo che si lancia ancora una volta oltre il baratro, oltre il confine del linguaggio (binario) pattuito dal Sistema. Tempo, mostrami il futuro…

Pubblicato su sentieriselvaggi.it, 15/10/2024 di Sergio Sozzo

 

Inizia con dei ticchettii e dei rullanti di batteria che cadenzano le immagini oblique di palazzi e monumenti di New Rome, Megalopolis, l’ultima fatica (è proprio il caso di dirlo) di Francis Ford Coppola. L’azione è spezzata fin dall’inizio da tagli di montaggio improvvisi e inquadrature sbilenche, su una partitura sonora che, soprattutto nell’incipit, ricorda quella, sperimentale, che Stewart Copeland (mitico batterista dei Police) compose per l’altrettanto sperimentale Rumble Fish (1983, Rusty il selvaggio). È da qui che si deve ripartire se si vuol cogliere il senso di Megalopolis all’interno della filmografia di Coppola, e non dall’ennesima ridondante asserzione che vuole questo film come uno schianto commerciale per il quale il regista di Apocalypse Now ha investito tot milioni di dollari di tasca sua. Concentriamoci dunque sul film: l’incipit costituisce una dichiarazione d’intenti da parte del cineasta italoamericano, ovvero un volersi ricollegare al suo Io più sperimentale che, con Megalopolis, rinnova quella voglia di giocare con le forme e con i linguaggi del cinema, che non lo ha mai abbandonato. Fino agli ultimi sottovalutati titoli come il misterico Youth Without Youth (2007, Un’altra giovinezza), il familiare Tetro (2009, Segreti di famiglia) e il gotico Twixt (2011). Un constante inseguimento di qualcosa che sfugge, forse la quadra di un film-mondo che ancora non è stato concretizzato ma che, attraverso ogni passo filmico, viene formandosi nella sua non-interezza. È in questa costante ricerca, al di là delle mode e del senso comune, che risiede da sempre la cifra di Coppola.

Megalopolis è un ulteriore tassello della quest coppoliana nei confronti dell’utopia cinematografica che, nella trama del film, si rispecchia nell’utopia immaginata da Cesar Catilina (Adam Driver), architetto inventore di una nuova sostanza (la stessa di cui sono fatti i sogni?), il Megalon, dalla struttura malleabile e adattabile, a basso costo, capace di ricostruire perfino i tessuti umani. Una panacea della materia prima, a metà tra l’organico e l’inorganico, che diventa una sorta di misterioso MacGuffin, al quale si deve forse la capacità di Catilina di fermare il tempo a suo piacimento (o quasi). Cesar, che tiene il cadavere (o forse l’ologramma) della moglie morta conservato, proprio come faceva Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi (cortocircuito in cui non ci addentriamo), diventa un demiurgo del tempo, capace di fermarlo e riavviarlo, proprio come in una sala di montaggio. Di lui si innamora l’avvenente Julia, figlia di Frank Cicerone (Giancarlo Esposito), corrotto sindaco di New Rome, nonché maggiore oppositore all’utopico progetto Megalopolis, con cui Catilina vuole ricostruire New Rome dopo una catastrofe. In mezzo orbitano personaggi da declino dell’impero romano: Clodio (Shia LaBeouf), odiatore professionista e invidioso di Cesar, che aizza le folle al grido di slogan populisti; il ricco banchiere Hamilton Crasso (Jon Voight), nonno di Clodio e zio di Cesar, che preferisce il nipote al proprio discendente diretto; Wow Platinum reporter opportunista, vera dark lady della situazione, che ha una relazione con Cesar, sposa il vecchio Hamilton per convenienza, per poi infine manipolare sessualmente Clodio ai propri voleri.

Questi e altri personaggi gravitano attorno alla spettacolarizzazione del potere, che trova la sua massima espressione nei giochi circensi del Madison Square Garden, tramutato in un moderno Colosseo, dove corrono le bighe, si scontrano wrestler/gladiatori e si esibiscono felliniani clowns. L’antica Roma con i suoi fasti, i suoi vizi e le sue decadenze rivive in questa New York survoltata in una New Rome dai colori accesi, dove le statue della Giustizia e della Legge diventano proiezioni mentali delle angosce esistenziali di Cesar, pronte ad animarsi e sgretolarsi in concomitanza con i saliscendi emotivi del lungimirante architetto. A dirla tutta, l’intera metropoli, così come il film, potrebbero essere una proiezione del teatro interiore di Cesar, che si sdoppia e moltiplica in una serie di Doppelgänger, preda di sé stesso e delle proprie visioni. Fino a diventare una sorta di Freak, novello Fantasma dell’opera dal volto semi-sfigurato, ma in divenire, grazie alle magiche proprietà ricostitutive del Megalon.

Emblematica la figura di Vesta Sweetwater, parodia delle attuali icone pop alla Taylor Swift, nonché riferimento alle sacerdotesse che tenevano la fiamma della dea Vesta costantemente accesa e conservavano la verginità come voto al nume. Così nella corrotta e dissoluta New Rome del prossimo futuro, la verginità di Vesta viene ipocritamente considerata un valore assoluto, per il quale investire danaro in un’asta. Quando la presunta illibatezza di Vesta viene però snudata, il pubblico si indigna. Ma, come diceva qualcuno in Apocalypse Now, sarebbe come fermare qualcuno sul circuito di Indianapolis per eccesso di velocità.

La divisione dello schermo in tre porzioni, utilizzata da Coppola per rendere il parossismo delle scene di festa, oppure per suggerire la frammentazione dell’io di Cesar, più che all’Abel Gance di Napoleon (come rilevato giustamente da alcuni), ci sembra guardi agli split screen che tanto piacevano a De Palma e ad altri Movie Brats della New Hollywood degli anni ’70, di cui Coppola è stato il capostipite e Padrino.

Megalopolis non segue i tre atti dei manuali di sceneggiatura, né un pensiero logico e ben indirizzato, ma si affida ad un intuito pre-logico, puramente visivo e auditivo. Scandito da quegli opportuni ticchettii di cui dicevamo all’inizio, il racconto avanza con improvvisi scarti, ellissi e parentesi, in una sarabanda di visioni e riferimenti culturali che sarebbe impossibile riassumere qui e che, per certi versi, ricorda il miglior parossismo visivo di Luhrmann. Se siete in cerca di una sceneggiatura a tenuta stagna, di personaggi perfettamente delineati, allora fuggite pure da qui. Se invece volete abbandonarvi ad un’avventura creativa, in cui l’estro di Coppola è stato libero di plasmare un universo di immagini non addomesticate, dove la sontuosità del classicismo si mescola e sporca piacevolmente con lo sperimentalismo più sfrenato, dove riferimenti ancestrali si coniugano ad invenzioni visive che non hanno paura della propria sregolatezza e inattualità, allora troverete pane per i vostri denti.

Pubblicato su nocturno.it , di Claudio Gargano

 

martedì 28 maggio 2024

Shabaka Hutchings "Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace" (Impulse! 2024)

Shabaka Hutchings, postleader dei Sons Of Kemet, The Comet Is Coming e Shabaka And The Ancestors, esce con il nuovo album "Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace", proseguendo il suo viaggio musicale e spirituale, abbracciando una visione sonora che combina elementi acustici ed elettronici, arricchita da una vasta gamma di influenze culturali.

Dichiarato il suo ritiro dal sassofono,  alla fine del 2023, per concentrarsi su diversi tipi di flauti provenienti da tutto il mondo, Hutchings ha creato un album che rappresenta un ponte tra il passato e il futuro della sua carriera musicale, con un'opera più ambiziosa rispetto al suo precedente ep, "Afrikan Culture" pubblicato due anni fa.

Nel disco, Hutchings suona vari strumenti, tra cui clarinetto, diversi flauti e lo shakuhachi, riservando l'uso del sassofono a un solo brano, "Breathing", quasi come un saluto a lungo atteso. Le composizioni si fondano su movimenti semplici, arrangiati  con una complessità comunque avvolgente,  a volte utilizzata come una sorta di sfondo per le voci particolari.

La lista degli ospiti presenti nell'album è impressionante e aggiunge una ricchezza straordinaria al progetto. Gli arpisti Charles Overton e Brandee Younger, i pianisti Nduduzo Makhathini e Jason Moran, e i tastieristi Surya Botofasina, Floating Points e Laraaji. Tom Herbert ed Esperanza Spalding al basso, Marcus Gilmore alla batteria e Carlos Niño alle percussioni forniscono una solida base ritmica. Gli archi di Miguel Atwood-Ferguson e i contributi vocali di artisti come Moses Sumney, Saul Williams, Elucid, Eska Mtungwazi e Lianne La Havas arricchiscono ulteriormente la trama sonora del disco.

Una menzione speciale va alla traccia finale, "Song of the Motherland", che vede la partecipazione del padre di Hutchings, Orville Hutchings, noto come il poeta dub Anum Iyapo. Questo brano, insieme al contributo di André 3000 che suona un flauto drone Teotihuacan in "I'll Do Whatever You Want", conferisce all'album una dimensione profondamente personale e intima.

Roberto Gallino

venerdì 24 maggio 2024

The Substance, di Coralie Fargeat (2024)

A Star is Born. A Star is Dead. Ascesa e caduta di una stella del cinema e della Tv. Il nome è Elisabeth Sparkle. Un nome abbandonato su una stella all’Hollywood Boulevard che attraversa il tempo e le generazioni, e in pochi minuti la vediamo deteriorarsi come fosse un essere senziente. È quasi un film nel film il breve, magnifico, prologo con cui si apre The Substance, il secondo film da regista della francese Coralie Fargeat dopo il celebrato esordio Revenge del 2017. Siamo a Beverly Hills nella vita e nelle latenti psicosi di una non più giovanissima pin-up dello show system (Demi Moore straordinaria), protagonista di spot televisivi, campagne pubblicitarie, celebrazioni in prima pagina. Ma il tempo passa e quando l’immagine della donna non rientra più nei gradimenti del programma e del viscido produttore Dennis Quaid, reiteratamente inquadrato con grandangoli deformanti, Elisabeth ricorre alla “Sostanza”, un misterioso prodotto di laboratorio che sembrerebbe riportare indietro la giovinezza, creando un altro sé nella versione migliore. E infatti Elisabeth/Demi Moore cede alla tentazione. Si inietta il prodotto – che non a caso ha un look e un packaging tipico delle grandi multinazionali capitaliste e concettuali del XXI secolo – e dal suo corpo fuoriesce la sua avvenente versione giovane – non una vera e propria copia quindi, ma un’altra sè – che ha le fattezze di Margaret Qualley e decide di farsi chiamare Sue. Quest’ultima rimpiazza subito Elisabeth come pin-up. Ci sono delle regole però: ognuna di loro può esistere solo per sette giorni, nel mentre l’altra deve essere alimentata in una specie di letargo. Ogni sette giorni le due donne devono darsi il cambio, senza mai alterare l’equilibrio, né dimenticare l’avviso scritto a caratteri cubitali nella confezione del prodotto: ricorda che sei sempre una! Ben presto, come in un Jekyll e Hyde al femminile, una parte prende il sopravvento sull’altra. E il film sprofonda negli abissi del freak movie. Fino ad arrivare al finale in diretta tv, dove in pratica The Substance sovverte di senso il pre-finale ambientato nel teatro di The Elephant Man di David Lynch, anch’esso espressamente citato nel make-up, trasformandolo in un vero e proprio body horror picture show.

Forse The Substance andrebbe visto in coppia con Blonde di Andrew Dominik, altra allucinata riflessione sulla mercificazione della donna e sul delirio paranoide dell’oggetto del desiderio. È come se Coralie Fargeat avesse elaborato l’inconscio di quello strano film su Marilyn Monroe, come anche di tanti altri pezzi di cinema – assolutamente necessario rifarsi all’opera di David Cronenberg ovviamente, ma soprattutto a Showgirls di Paul Verhoeven di cui sostanzialmente riprende l’ostentazione pubblicitaria ed erotica dei corpi e degli spazi visuali – e di studi femministi post-umani (è un film che dovrebbe piacere a Jude Ellison Sady Doyle), per procedere a una messa in forma, cinematografica, plastica e teorica, di un subconscio del “mostruoso femminile”, che vede nel body horror il suo approdo più naturale e dirompente.

In tutta questa sovrastruttura di fonti, segni, rielaborazioni, Coralie Fargeat non si tira indietro nelle regole del “genere” che ha deciso di omaggiare e rivoluzionare. E così, senza dimenticare l’autoironia, spreme tutto quello che c’è da spremere: ossa, escrescenze, natiche, mammelle, bulbi oculari, liquidi giallastri e spruzzi di litri di sangue come non se ne vedevamo dai tempi di Carrie – e De Palma nella sua morbosità voyeuristica nei confronti dell’immagine femminile è un altro dei tanti possibili innesti di questo Frankenstein cinematografico che assembla pezzi da tante fonti diverse per costruire un nuovo “mostro”, senza perdere mai la sua identità autoriale, la sua singolarità poetica. E soprattutto senza che The Substance diventi mai una celebrazione nostalgica del cinema del passato. Semmai qui le fonti appaiono meri strumenti “politici” e linguistici di un discorso personalissimo e dolente che difficilmente abbiamo visto esprimere con tale lucidità e con una tale rabbia polemica nei confronti dei media e delle dipendenze naricistiche da essi indotte. Ed ecco che allora il “Ricorda che sei sempre una!”, l’avvertimento che Elisabeth/Sue non riesce a portare a compimento, potrebbe essere lo stesso leitmotiv inconscio che accompagna la cineasta per tutto il film, impegnata a mettere in gioco le sue scissioni identitarie tra narcisimo e consapevolezza, cinema di genere e cinema d’arte, nonché il suo variegato puzzle referenziale per ritrovare e mantenere il suo “equilibrio”, definire da sola un nuovo limite alla rappresentazione del corpo nell’horror e dare una forma compiuta a questa sua delirante, oscura e personalissima lost highway, probabilmente già destinata a diventare un classico negli anni a venire.

Pubblicato su sentieriselvaggi.it 20 Maggio 2024 di Carlo Valeri

 

 

Dopo il controverso Titane (2021), Cannes torna a grondare sangue con un body horror degno di questo nome, grazie a The Substance della regista francese Coralie Fargeat. “Hai mai sognato di avere una versione migliore di te?” Con questo claim si apre The Substance, opera seconda della Fargeat in competizione a Cannes 77. Come una delle tante pubblicità di Facebook e Instagram, questa nuova sostanza promette di creare una nuova versione di noi stessi: più giovani, più belli, semplicemente perfetti. L’unica cosa da fare è dividersi il tempo: una settimana per sé, l’altra per la nuova versione migliorata. Un equilibrio perfetto, almeno sulla carta. A provarla per noi ci pensa Elizabeth Sparkle (Demi Moore), attrice in declino e ora Jane Fonda fuori tempo massimo, che proprio per la sua età viene liquidata dal network televisivo guidato dal porcuto Harvey (Dennis Quaid). Sarà la nuova Elizabeth, ovvero Sue (Margaret Qualley), clonata direttamente per la generazione Z a rilanciare il programma in perfetto stile Tik Tok, con twerking e fisico bestiale.

Coralie Fargeat torna a sviluppare il tema della bellezza perpetua, esplorato nel cortometraggio Reality+ (2013), dove un chip impiantato nel cervello permette di vedersi con un fisico mozzafiato, e prende dal suo rape and revenge d’esordio Revenge (2017) l’idea della vendetta per una riflessione sul corpo femminile nell’era estetizzante dei social. Se in Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) Tony Scott riadattava in piena new wave il classico tema del vampirismo per regalare l’eterna giovinezza a Bowie e Deneuve, Fargeat riflette sullo sfruttamento del corpo femminile nei media, dove la donna deve restare sempre giovane e performante per diventare una diva e piacere agli uomini. Fargeat prende il body horror di Cronenberg e lo frulla con Showgirls (1995) e La morte ti fa bella (1992), horror e commedia quindi, ma anche film di serie A e B, The Elephant Man (1980) e Freaked (1993), confezionando un film estetizzante e dai colori vivaci che sembrano usciti dallo spot delle Big Babol.

La Fargeat sa come mescolare riflessioni post-femministe – il nome del CEO, Harvey, non è un caso – con gore, ironia e frattaglie; mette a confronto due icone, una di ieri (Moore) e una di oggi (Qualley), creando l’ibrido troma-tizzante (avete letto bene, Troma, proprio quella di The Toxic Avenger) ElizaSue, il nuovo mostro o la nuova carne, Carrie e John Merrick ricuciti in un corpo solo. Coralie Fargeat, ci spiattella in faccia la realtà nuda e cruda della ricerca ossessiva delle bellezza, divertendosi e divertendoci, con la complicità del trio Moore/Qualley/Quaid, gettandoci in faccia quintali di prosthetics e litri di sangue, cinema alto e basso, dove Barbie incontra Cronenberg e Kubrick. Qualcuno in sala ha urlato che si meriterebbe la Palme d’or, e forse è proprio così. Viva la nuova carne di Coralie Fargeat.

Pubblicato su nocturno.it di Simone Bisantino

martedì 27 febbraio 2024

Estranei di Andrew Haigh (2023)

 

Eric Rohmer in versione ‘queer’ con il corpo-memoria di David Cronenberg. Il mélo-fantasy più impossibile di sempre, un film di infinita bellezza con un cast da urlo.

Guarda le stelle il cinema di Andrew Haigh. Ci arriva come una specie di miracolo improvviso. Tutto nasce, tutto muore, tutto rinasce. Come nell’universo. Dal videoclip in tv interrotto all’inizio fino al finale esplode The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood. Il brano, come le altre canzoni, sembra già un testo di una sceneggiatura su più livelli, dello stesso Haigh. Comincia, si sviluppa, si interrompe, riparte, si riferma, torna alla prima riga, come quella a cui sta lavorando Adam, che scrive per il cinema e la tv: “Esterno, villetta di periferia, 1987”. Vive da solo in un appartamento e nello stesso edificio abita anche Harry che una sera gli bussa alla porta ma lui non lo fa entrare. Si rivedono, si cominciano a frequentare. Il loro incontro risveglia ad Adam alcuni fantasmi del passato come quello dei genitori morti in un incidente d’auto quando era ancora bambino. Torna nella vecchia casa e li ritrova lì, uguali a come li ha visti l’ultima volta.

Il tempo scorre, rallenta, dilata passioni nel cinema di Andrew Haigh. Adam ed Harry, incarnati dagli occhi di Andrew Scott e dal potenziale spettro di Paul Mescal, possono essere una delle possibili reincarnazioni di Russell e Glen di Weekend che, dopo essersi conosciuti una sera in un locale, si ritrovano a fianco la mattina dopo. Il tempo scorre e poi ritorna all’improvviso come quello di un amore passato che sgretola l’apparente solidità di una coppia in 45 anni. In Estranei, in originale All of Us Strangers, sembra cristallizzato in un presente sospeso con le nuvole e la vista di Londra dalle vetrate, i passaggi e i viaggi in metropolitana. Poi entra in gioco la dimensione onirica. Uno sconosciuto nel parco. Una traccia thriller che invece diventa esplosivo mélo che sovrappone un’alltra dimensione. Lì per Haigh c’è la possibilità di rivivere insieme un’altra volta, poter finalmente pronunciare quelle parole mai dette (l’omosessualità di Adam), di rivivere il passato proiettandolo nel presente come lo straordinario momento dei genitori del protagonista (eccellenti Claire Foy e Jamie Bell) preparano l’albero di Natale e cantano We Were Always in My Mind dei Pet Shop Boys, con il testo della canzone che però sembra uscire direttamente dai loro cuori e le parole appartengono a loro prima che al brano.

Estranei va oltre le frontiere del tempo. È un viaggio non nell’inconscio ma nei desideri del protagonista. Forse il mondo che sta attorno ad Adam sono solo costruzioni mentali. Lui stesso in discoteca balla, è felice, ama, poi la ruota gira, la musica rallenta, diventa dissonante…Stacco. In quei primi piani ravvicinatissimi del cinema di Haigh c’è tutta la paura e il desiderio di un cinema che non sembra volersi porre più nessun limite. Mai cerebrale, di un’intensità che abbraccia e porta via con sé nel cielo. Eric Rohmer in versione ‘queer’ con il corpo-memoria di David Cronenberg. Sono tante altre infinite stelle nell’universo di un film di infinita bellezza che verrebbe voglia di rivedere subito appena terminati i titoli di coda. Il mélo-fantasy più impossibile di sempre, ispirato al romanzo di Taichi Yamada del 1987. Andrew Haigh è ora, definitivamente, un cineasta di cui non si può fare più a meno.

Pubblicato su sentieriselvaggi.it il 27 Febbraio 2024, di Simone Emiliani 

 A thunderous ache stretches across Andrew Scott’s features in All of Us Strangers. His eyes are softly lidded, his lips twisted. In Andrew Haigh’s melancholy ghost story, where real ghosts are out-haunted by words left unsaid, Scott, an actor of fierce intelligence, channels shrewdness into tragedy for the greatest performance of his career.

He plays Adam, a frustrated screenwriter living in a new-build block of flats in south London. It appears he’s the only person alive there, traversing these shadowy, dimly lit corridors – that is, until Harry (Paul Mescal) turns up to this door, drunk and clearly hungry for his attention. Adam is withdrawn, too settled in his solitude to reciprocate, yet their meeting has a strange, seductive quality to it.

In fact, All of Us Strangers exists entirely in this lucid, twilight state, where both sunlight and starlight must battle to pierce the veil of Adam’s loneliness. It creates a necessary logic for Haigh, whose past work, including relationship dramas Weekend and 45 Years, is typically intimate and frank, but never so dreamlike. His film, which adapts the late Japanese novelist Taichi Yamada’s 1987 novel Strangers, flows seamlessly into its next incident: Adam travels back to his childhood home, just outside Croydon, in an effort to break his writer’s block (we see him, earlier, typing out “EXT SUBURBAN HOUSE 1987” on a blank page).

His mother (Claire Foy) and father (Jamie Bell) greet him. They look younger than Adam, and the neatly trimmed moustache and crested wave of permed hair dates them immediately. Adam’s parents died in a car crash when he was 12, and yet somehow, by magic or delusion, he’s been granted the opportunity to talk with them again. In the family room, the radio plays The Ink Spots’ “I Don’t Want to Set the World on Fire” and Frankie Goes to Hollywood’s “The Power of Love”.

The conversations they have are simple but painfully familiar, peppered with the kinds of confessions any orphan or neglected child would kill the world to hear. It’s an uncomfortable, but pressing desire: would your parents show regret if they were confronted with the ways they harmed you? Adam comes out to his parents, and gets to imagine what the interaction would have been like. His mother – Foy shrewdly deploys an empathetic but misplaced fussiness – doesn’t spurn him, but betrays too many concerns about her boy’s future. He tells her about the progress she’ll never witness, and insists: “everything is different now”. But there’s a hesitation in his eyes. His father’s response is more self-reflective, quietly issued by Bell in an understated, affecting performance.

With each visit, Adam clings a little harder to his memories, ending up in his old pyjamas, curled up in his parents’ bed. It’s as if he’s trying to go back and start anew, and shed himself of all the fear and insecurities that brought him to his London flat, alone and uncomfortable in his own body. All of Us Strangers is very much the story of Haigh’s generation – so specifically, in fact, that the writer-director shot scenes in his own childhood home – and what it means for the gay men who have seen a better world but don’t necessarily feel freed by it. At one point, Adam and Harry have an enlightening conversation about the use of the word “queer” as a descriptor.

But Harry, the representative millennial, has a confidence that conceals his own alienation, and Mescal adds him to his impressive gallery of gentle, suffering men. The passion these two men share is tenderly captured, yet it’s hard not to spend All of Us Strangers in quiet fear these lovers will not prove to be each other’s salvation. We are all born ghosts, yearning to live.

Pubblicato su independent.co.uk di Clarisse Loughrey,  25 Gennaio 2024

Titolo originale: All of Us Strangers
Regia: Andrew Haigh
Interpreti: Andrew Scott, Paul Mescal, Carter John Grout, Jamie Bell, Claire Foy
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
Durata: 105′
Origine: USA, UK 2023

martedì 16 gennaio 2024

How to Have Sex, di Molly Manning Walker (2023)

Prix Un certain regard al 76° Festival di Cannes

Cosa resta alla fine di tutto? Dopo una vacanza al massimo, alcol, bagni di notte, camminate all’alba, incontri e passioni fugaci c’è un’immagine di Tara nello specchio di un negozio di cosmetici all’aeroporto. Il suo volto sembra sdoppiarsi. Da una parte c’è la ragazza scatenata che mangia patatine, urla e cerca il divertimento più sfrenato. Dall’altra ci sono i suoi pensieri, anche il volontario isolamento iniziato proprio nella scena con tracce thriller in cui le amiche non l’hanno ritrovata in stanza la mattina ma c’era solo il suo telefono.

Tara parte con Skye ed Em per Malia, un villaggio in Grecia che è una delle mete del divertimento. Festeggiano la fine del liceo e, arrivate sul posto, vogliono una vacanza da sballo. Riescono a farsi dare una stanza con vista piscina e conoscono i ragazzi del balcone di fronte. Badger è subito attratto ma è con Puddy che ha un’avventura fugace

How to Have Sex, opera prima di Molly Manning Waker che ha vinto il Prix Un certain regard al 76° Festival di Cannes, sembra avere inizialmente uno sguardo asettico e poi gradualmente scende sempre più in profondità nelle viscere di una storia che mostra il vuoto dopo l’estasi, la noia dopo il desiderio, la voglia istintiva improvvisa di trovarsi in un altro posto. Il tempo è come dilatato. Eterno ma anche velocissimo. Non c’è spazio per una confidenza se non passeggera, per un abbraccio se non respinto come quello sul letto di Paddy nei confronti di Tara, resa così vera e autentica dall’interpretazione di Mia McKenna-Bruce, che si era già fatta conoscere con le serie Get Even e Vampire Academy. La macchina a mano cerca di intrappolare tutti quei momenti: le reazioni dopo i risultati della scuola, gli sguardi, l’apatia del giorno con l’euforia della notte. Cattura i colori come il cinema di Korine (in particolare Spring Breakers) ma sembra accumulare anche le istantanee di un ricordo come Aftersun. Per questo, nella sua straripante fisicità, travolge e inebria, mostra con un istinto animalesco la ricerca del consenso e regala dei ritratti della giovinezza di cui ci si ricorderà a lungo. How to Have Sex è un film ispiratissimo, che sa filmare con incredibile spontaneità ogni pensiero, anche quelli mentre il divertimento è al massimo. Senza bisogno di dialoghi verbosi (non ce ne sta neanche uno) e di voci-off. Dei protagonisti ci ricordiamo soprattutto della loro voce. E dei loro volti. Ogni inquadratura, come quella di Tara che cammina all’alba nella strada deserta, fa prima di tutto parte di un personale monologo interiore prima di diventare traccia di una memoria (forse) da condividere.

Pubblicato su sentieriselvaggi.it, 18 Ottobre 2023 di Simone Emiliani 

How To Have Sex parte con un ritmo e un piglio irrefrenabili, recupera tutti gli stereotipi delle storie di formazione che raccontano lo sfrenato divertimento adolescenziale e li (ri)scopre senza preoccuparsi di trovare una chiave particolarmente nuova. D’altronde lo spirito goliardico su cui l’esordiente Walker vuole giocare è stato ampiamente perseguito da precedenti illustri – Porky’s e American Pie su tutti, qui con maggiore realismo e una componente demenziale meno spinta -, ma il risultato è ugualmente discreto e la prospettiva delle tre ragazze viene fotografata con piacevole leggerezza.

La seconda parte del film prende invece una svolta drammatica inaspettata e l’ingannevole superficialità della presentazione assume un sapore del tutto differente. A venir fuori è l’animo sensibile di Tara – ma anche la bravura della giovanissima attrice che la interpreta, spontanea e profonda soprattutto quando agisce di movimenti e sguardi – e la sua inevitabile frangibilità, che non vuole essere soltanto una prerogativa femminile; il personaggio di Badger si presenta in effetti speculare a quello della protagonista, anche lui imprigionato in un ruolo e limitato dalla paura di (re)agire.

Walker è intelligente nel rappresentare l’esplosione giovanile di scoperta e labirintica perdizione in tutta la sua verità, tratteggiando le sfumature di un periodo di crescita estremamente delicato con grande trasporto emotivo. Gli adolescenti di questo film vivono infatti soltanto apparentemente nella dimensione dello svago e della spensieratezza, ma in realtà sono dilaniati dall’ansia dell’autodeterminazione e dalle pressioni dell’appuntamento con il futuro. Le amicizie di cui si circondano possono rivelarsi false o semplicemente non abbastanza profonde, poiché si tratta di un’età particolare nella quale viene meno la forza magnetica del gruppo – che smette di essere una calamita diventando calamità – e comincia uno spiazzante deserto di solitudine invaso dall’odore stringente di un’intollerabile e soffocante autonomia di scelta.

L’esordio alla regia della giovane Walker è promettente e spontaneo, permeato di urgenza creativa e intraprendenza autoriale. Ci troviamo di fronte a una commedia drammatica senza pretese che si nutre dell’intensità emotiva adolescenziale e dopo averla cavalcata si diverte a ribaltarne gli stereotipi e gli apparenti valori, in un crescendo che parte in direzione dell’eccesso ma poi avanza per sottrazione ed implode nel vortice dell’interiorità.

Pubblicato su ecodelcinema.com, di Corrado Monina  23 Ottobre 2023

 


mercoledì 3 gennaio 2024

2023 rewind

Top
Bussano alla porta (M. Night Shyamalan)
Yo La Tengo - This Stupid World
Alan Moore - MiracleMan-omnibus (Panini Comics)
Ines Cagnati - Giorno di Vacanza (Adelphi)
Shrinking (Apple tv- st.1)
Armageddon Time (James Gray)
Pacifiction (Albert Serra)
Pauline Oliveros - Deep Listening (Edizioni Timeo)
Air (Ben Affleck)
Quentin Tarantino - Cinema Speculation (La Nave di Teseo)
John Wick 4 (Chad Stahelski)
As Bestas (Rodrigo Sorogoyen)
Lankum - False Lankum
Fire! Orchestra - Echoes
Le Margheritine (Vera Chytilova)
Rapito (Marco Bellocchio)
Daniela Pes - Spira / Live
Master Gardener (Paul Schrader)
V.a. - Omenana-Racconti fantastici dal continente africano (Not Ediz.)
Arooj Aftab, Vijay Iyer, Shahzad Ismaily - Love In Exile
Animali Selvatici (Christian Mungiu)
Coma (Bertrand Bonello)
Jo Ann Beard - Le Forze della Terra (Orville Press)
Gabriels - Angels & Queens
Il Grande Carro (Philippe Garrell) 
The Replacements - Tim (Let It Bleed Edition)
Inu-Oh (Yuasa Maasaki)
Billions (HBO-season finale/all)
Daniel Bachman - When The Roses Come Again
Killers of The Flower Moon (Martin Scorsese)
Rob Mazurek & Exploding Star Orchestra - Lighting Dreamers
John Cage - Un Anno, a partire da Lunedi (Shake Ed.)
Corinne Bailey Rae - Black Rainbow
Anatomia di una caduta (Justine Triet)
Godzilla Minus One (Takashi Yamazaki)
Sergio Luzzatto - Dolore e Furore. Una storia delle Brigate Rosse (Einaudi Storia)
Trenque Lauquen (Laura Citarella)
Il Male Non Esiste (Hamaguchi Ryusuke)
Irreversible Entanglements - Protect your light
May December (Todd Haynes)
Ferrari (Michael Mann)
Maestro (Bradley Cooper)
Paul Auster - Baumgartner (Einaudi)
Dario Ferrari - La ricreazione è finita (Sellerio)
Foglie Al Vento (Aki Kaurismki)
(of the) Pops
The Last Of Us (HBO-st.1)
Fleishman is in trouble (miniserie Hulu)
Kelela - Raven
Daisy Jones & The Six (miniserie Prime Video)
Guardiani della Galassia Vol. 3 (James Gunn)
La Generazione Perduta (Marco Turco)
Lucio Corsi - La gente che sogna
China Mieville - A Jake, con amore (Moscabianca Ediz.)
Indiana Jones e il Quadrante del Destino (James Mangold)
Il Mondo dietro di te (Sam Esmail)
Il Cielo Brucia (Christian Petzold)
Cormac McCarthy - Il Passeggero / Stella Maris (Einaudi)

venerdì 1 dicembre 2023

Corinne Bailey Rae - Black Rainbows

 

"Black Rainbows is a truly astonishing record, a revelation": Corinne Bailey Rae comes of age on one of 2023's most remarkable, must-hear albums.

While visiting Chicago’s Stony Island Arts Bank during her 2016 US tour, Corinne Bailey Rae experienced a Damascene-like awakening. “I knew when I walked through those doors that my life had changed forever,” she says.

Curated by artist and activist Theaster Gates, the Stony Island Arts Bank preserves African American heritage through black art; books and periodicals, vinyl records, sculptures, ceramics, glass slides, masks and music scores are all on display. As is a collection of what is termed ‘negrobilia’ - 19th and 20th century objects depicting stereotypical/racist images of black and indigenous people.

The archive’s impact on Bailey Rae was immediate, prompting her to readdress her own relationship with her creative output and explore “what the possibilities of my work can be…”

The result: Black Rainbows, her fourth album and a truly astonishing record, with each of its 10 tracks inspired by the artefacts she’d seen there.

Co-produced by Bailey Rae with her longtime collaborator Steve Brown, it’s a real sonic surprise. Flitting from searing punk noise to astral gliding electronica to afro futurist R&B, it’s hard to believe that this is the same artist who created 2016’s The Heart Speaks In Whispers, its sweet soulful nature and mellow vibe recalling Erykah Badu.

Take New York Transit Queen, a tribute to the first of the African American Miss New York Transits, Audrey Smaltz, which sees Bailey Rae go all ebullient girl group/ scuzzy grunge pop, as cheerleader clapping and drumstick clicks count in abrasive guitars and the black glamour pin up is reclaimed and celebrated as sex positive feminist.

Aesthetically it’s how you imagine Bailey Rae’s first band Helen, the mostly female rock group she formed when she was just 15 and inthrall to L7, might have sounded if they’d graduated from the Leeds indie circuit.

Then Erasure, a gut reaction to the negrobilia she saw and its literal erasure of black childhood: over the song’s punk metal thud Bailey Rae seethes and screams: “They put out lit cigarettes/Down your sweet throat/They fed you to the alligators”?” Her anger, rage and horror palpable. It’s like Bailey Rae has been reborn a Dahomey Amazon.

Earthlings brings about yet another left turn: a voluptuary of sonic tributaries, it’s defined by hauntological bleeps and electronic textures, while A Spell, A Prayer, with its mix of ghostly synths and symphonic soul links past, present and future through notions of ancestral pain and epigenetic trans-generational inheritance. Were there moments in slaves’ lives when they experienced a sense of freedom? Bailey Rae wonders. “Finger tip to finger tip, eye to eye, lay your hip against my hip” she sings demurely, suggesting perhaps in desire communion with the divine is found. On Black Rainbows, Bailey Rae comes of age. It really is a revelation.

Pubblicato su loudersound.com, By Alice Clark published September 04, 2023

Forse non dovremmo stupirci, dacché tanti anni fa, prima di debuttare sulle scene, un'ancora adolescente Corinne Bailey Rae militava in gruppi rock e amava far casino con la chitarra elettrica e il mascara sbavato sullle guance. Anche se poi il mondo ha imparato a conoscerla come raffinata interprete soul-jazz, con hit del calibro di "Like A Star" e "Put Your Record On", quell'attitudine da punkette evidentemente non è mai scemata del tutto.

A questo si può aggiungere il lusso dell'indipendenza artistica, visto che Corinne oggi si trova in una posizione invidiabile, non troppo dissimile da quella della collega Tanita Tikaram: un milionario album di debutto alle spalle e un pubblico non troppo numeroso ma fedele, ottime basi per poter campare al riparo dalle pressioni discografiche mentre si escogita, con calma, la prossima mossa.

Lungo una carriera centellinata di uscite, Corinne si è ritagliata il ruolo di cantautrice libera di sperimentare, grazie anche allo studio di registrazione che si è costruita in casa con l'aiuto del marito, il produttore e collaboratore Steve Brown. I suoi lavori sono sempre eseguiti egregiamente, ma anche con questi pacati presupposti casalinghi alle spalle, "Black Rainbows" spiazza l'ascoltatore più ferrato, dimostrando la penna di un'autrice viva e vegeta, a momenti fremente come un cavo elettrico, ondivaga e nevrotica come non si era mai vista prima d'ora.

La figura di Audrey Smaltz, celebre commentatrice di moda afroamericana attiva sin dai tempi della segregazione razziale, dona ispirazione per il roboante singolo di lancio "New York Transit Queen", un power-pop da bordo campo col quale l'autrice fa il tifo alla titubante immagine di se stessa da giovane - da madre di due figlie, oggi, Corinne è ben conscia delle insidie che le sue piccole incontreranno lungo il cammino. Sin dal titolo, infatti, "Black Rainbows" non fa segreto di quesiti identitari, sogni infranti e paure da esorcizzare - un brano su tutti è il sinistro andazzo di "He Will Follow You With His Eyes", elegante lounge falsamente rassicurante che poi dirotta in una sorda filastrocca dadaista ideata per scrollarsi di dosso ogni sguardo non voluto.

Ma Corinne non pecca di retorica; dalla sciancata apertura elettronica di "A Spell, A Prayer" all'intermezzo stile Thundercat della title track, passando per l'urlo di "Erasure", che pare un incrocio tra PJ Harvey e Patti Smith, o anche il curioso esperimento sintetico "Earthlings", a metà strada tra Laurie Anderson e Roy Ayers, "Black Rainbows" ondeggia e calpesta senza mèta ma abbonda di fantasia. L'ascolto ha comunque un centro tavola; è "Put It Down", quasi nove minuti di lucenti riverberi progressivi, accenti digitali e ritmiche in espansione - il suo andamento ipnotico e spiritato ricorda "Sister" di Tracey Thorn, brano altrettanto lungo e coinvolgente sul quale la stessa Corinne appariva come ospite ormai un lustro addietro. 

Lungo l'ascolto figurano almeno due momenti che, pur in antitesi, illuminano il percorso come lucciole. "Red Horse" è un cielo stellato sulla malinconica brughiera dell'ultima Beth Orton, una dedica d'amore al proprio marito arrivato in salvo all'ultimo minuto. "Peach Velvet Sky", invece, viene tessuta col solo pianoforte acustico senza alcun abbellimento, vagando nell'etere con fare inquisitorio, tra scarti armonici jazz e pronti rientri in tema come la prima Tori Amos. Sono i momenti più calmi e melodici, quelli che tematicamente si legano al passato e contribuiscono a rendere "Black Rainbows" meglio digeribile all'ascolto.

Invece Corinne chiude la propria storia con le stesse premesse con le quali l'aveva iniziata: "Before The Throne Of The Invisible God" è una serpeggiante fantasia free jazz, lungo la quale striature di sax e gorghi elettronici disegnano paesaggi cinematografici da exotica cannibale. 

Ex-stella del soul-jazz all'inglese, poi curiosa esploratrice psichedelica con "The Heart Speaks In Whispers", Corinne Bailey Rae è sempre stata un'autrice da seguire, degna antesignana dei percorsi a zig-zag di Lianne La Havas, Laura Mvula e Anaiis. Ma con "Black Rainbows" si ha l'impressione di essere piombati su tutt'altro pianeta; un lavoro catartico ma accartocciato, emozionante ma spigoloso, capace di respingere l'avventore casuale e allo stesso tempo svelare qualcosa di nuovo con ogni ascolto.

Pubblicato su ondarock.it, di Damiano Pandolfini


Un anno difficile di Olivier Nakache, Eric Toledano (2023)

 

È una cosa di cui ho bisogno? È una cosa di cui ho bisogno adesso? Due domande bastano a Toledano e Nakache per strutturare un film alle loro abituali regole di base, l’impegno politico ed un tono da commedia, si tratti di fare luce sui problemi legati all’handicap come avviene in Quasi amici, di questioni inerenti i permessi di soggiorno in Samba, o dell’affresco corale di C’est la vie, che da una festa di matrimonio riesce a mettere in tavola un’allegra lotta di classe. Il tema stavolta è il sovraconsumo ed il Black Friday, con la sua spinta all’acquisto sfrenato e compulsivo, l’obiettivo numero uno di un gruppo di manifestanti del quale fa parte Valentine, una sempre più eclettica Noémie Merlant, che dopo le collaborazioni con Audiard, Garrell, Sciamma e Field, interpreta stavolta il ruolo di un’attivista ecologica. Il sistema capitalistico, che fa della mercificazione l’unica rappresentazione del mondo e trova la complicità delle banche, non fa che accelerare la rincorsa verso il disastro ambientale.

Alle loro battaglie fatte di azioni dimostrative, proteste di piazza, blitz nei convegni o nelle sfilate di moda, fino ai picchetti all’ingresso dei centri commerciali, si intrecciano le storie di Albert e Bruno, entrambi rovinati dai debiti, e che cercano di risollevarsi dalla catastrofe finanziaria con l’aiuto di Henri, volte e voce di Mathieu Amalric. Albert è un addetto all’aeroporto, ma ormai non ha più neanche una casa dove vivere. Bruno è depresso dopo la separazione dalla moglie ed anche lui è finito sul lastrico. L’inerzia iniziale si muove da un incontro fortuito, poi una trama sentimentale, con Valentine trasformata in un pudico oggetto del desiderio, si sviluppa di pari passo con la storia principale. Usando epiteti come Cactus, Pulcino, Lexotan, praticando sessione di abbracci, rinunciando ai regali di Natale o parlando di una patologia contemporanea, l’eco-ansia, vengono affrontati discorsi importanti, che non rischiano mai di diventare noiosi in virtù di un montaggio pieno di ritmo. I due registi francesi anche stavolta non rinunciano al sorriso, a quel fondo di ironia che si rifiuta di finire nella tragedia per non alzare bandiera bianca. Il risultato è ottimo, fa suonare un campanello d’allarme ma resta aggrappato ad una speranza d’amore, alla voglia di guardarsi negli occhi e ballare un valzer prima di scambiarsi un tenero bacio.

Pubblicato su sentieriselvaggi.it, 25 Novembre 2023 di Antonio D'Onofrio 

Di questi tempi, la miglior commedia all’italiana la girano i francesi. Presentato Fuori Concorso alla 41ma edizione del Torino Film Festival, Un anno difficile, regia di Olivier Nakache e Éric Toledano, quelli di Quasi Amici – Intouchables, arriva nelle sale italiane il 30 novembre 2023 per I Wonder Pictures. Commedia degli equivoci e degli estremi – con un occhio strizzato alla contemporaneità, i suoi (apocalittici) problemi e una buona dose di satira sociale – giocata su un’ironica consonanza cromatica, quella che serve al film per legare il destino dei protagonisti. Il colore è il verde e la cosa merita una spiegazione.

Verde, perché al verde sono, finanziariamente prosciugati, Pio Marmaï e Jonathan Cohen, iperconsumisti e spendaccioni. Verde, ma sarebbe meglio dire green, come sottolineato dall’azzeccato lancio promozionale, è Noemie Merlant, paladina dell’ambientalismo intransigente. Il film mette a confronto due opposte filosofie, polarizzate ulteriormente dai dibattiti pandemici: consumismo e minimalismo ambientalista. L’idea è di farli scontrare per vedere cosa succede dopo. Cosa succede dopo, è un problema che Un anno difficile affronta mescolando risate e un retrogusto amarognolo che ricorda il modo con cui, dalle nostre parti, si usavano girare le commedie migliori. Noi abbiamo scordato la ricetta, i francesi hanno riempito il vuoto.

Comincia, Un anno difficile, con uno scoppiettante accenno di satira politica, un sottofondo malizioso per una scabrosa verità esistenziale. Una carrellata di messaggi istituzionali a ritroso nel tempo, da Hollande a Pompidou: i Presidenti della Repubblica Francese a reti unificate ricordano ai compatrioti quanto difficile è stato l’anno appena trascorso, o quello che verrà. A quanto pare, suggeriscono Olivier Nakache e Éric Toledano, ci sono sempre e solo anni difficili, perchè una vita costruita sull’accumulazione, sul consumo sfrenato, sul principio del più è meglio, porta solo insoddisfazione. Raccontatelo ad Albert (Pio Marmaï) e Bruno (Jonathan Cohen).

Il primo prende d’assalto i grandi magazzini per il Black Friday con ferocia animalesca, l’altro è sull’orlo del suicidio, sommerso dai debiti e con l’ufficiale giudiziario che gli ha svuotato casa, alla faccia del minimalismo. Quello di Valentine (Noemie Merlant) per esempio. Guida un gruppo ambientalista, soffre di ecoansia – è una cosa seria, la fa sentire contemporaneamente vittima e colpevole per l’emergenza climatica – e a casa non ha molto perché sente di poter vivere così, con il minimo indispensabile. Non si possono immaginare due filosofie più agli antipodi. D’altronde, spiegano i registi, è una delle contraddizioni del nostro tempo.

Si incontrano perché Albert e Bruno – frequentano un gruppo di sostegno per persone oppresse dal sovraindebitamento guidato dal signor Tomasi (Mathieu Amalric) – capitano un giorno, non troppo casualmente, a un meeting dell’associazione di Valentine. Ci finiscono sedotti dalla promessa di cibo e birra gratis. Vogliono solo scroccare, niente di ideologico, ma una cosa tira l’altra. E poi sono entrambi invaghiti della bella Valentine. Il gioco è fatto: i due ambientalisti più improbabili e meno credibili al mondo scelgono finalmente da che parte stare. Alla loro maniera, tra un sotterfugio e l’altro, senza scordare il consumismo e l’impellente bisogno di risolvere la situazione debitoria.

A parlare di commedia all’italiana, con riferimento all’impasto tematico e alle psicologie di Un anno difficile, sono proprio Olivier Nakache e Éric Toledano. Un film francese, dall’anima e il cuore molto italiano. Resta da vedere come e perché. La commedia all’italiana nasce come evoluzione pragmatica del neorealismo. Mantiene una spiccata propensione per l’analisi sociale e un fondo realista ma cambia tono, puntando tutto sull’umorismo. Per due ragioni: è il modo migliore per sfuggire alla censura e poi una scomoda verità, detta ridendo, piace al pubblico più di una scomoda verità, punto. La satira sociale, l’attenzione per la contemporaneità, sono elementi centrali, ma non è su questo versante che si misura “l’italianità” del film.

È altrove, nell’equilibrio instabile di vizi e virtù dei protagonisti maschili. Pio Marmaï e Jonathan Cohen danno vita a due antieroi che non avrebbero sfigurato in un cinico affresco di Dino Risi, il padre nobile tirato in ballo dai registi in conferenza stampa. Albert e Bruno sono personaggi di una simpatica antipatia. Forti, paradossalmente, del calore umano nascosto nelle debolezze, nelle fragilità, nelle piccole meschinità e nel cinismo. Noemie Merlant bilancia l’esterofilia dei partner con una recitazione nervosa e una dolcezza intelligente. Lei, francese negli accenti e nel modo di porsi, è sopra le righe ma con misura. Non minimalista, come la sua Valentine, comunque molto controllata.

Di francese, Un anno difficile ha lo slancio vitale e ottimista del finale, oltre al rifiuto ad approfondire la simpatica cialtroneria di Bruno e Albert; un regista italiano li avrebbe degradati senza ritegno. Commedia ambientalista, la seconda in pochi anni dopo Don’t Look Up, chissà se basterà per aprire un filone. Consumismo e apocalisse ambientale sono qui per restare. Un anno difficile è una commedia degli estremi perché estreme e polarizzate sono le tendenze e i bisogni dei protagonisti. Il mantra del film è la domanda che tutti devono porsi prima di scegliere: ho bisogno della cosa che mi sta di fronte? I consumisti rispondono affermativamente, gli ambientalisti negano. Il limite del film è la difficoltà a liberarsi dell’estremismo delle premesse. Leggermente sopra le righe, con il rischio di apparire caricaturali, i personaggi cedono a volte sul piano del realismo. Eppure, oltre l’imperfezione, Un anno difficile è davvero la più solida e intelligente commedia (francese) all’italiana dell’anno.

Pubblicato su cinematographe.it, da Francesco Costantini, 28 Novembre 2023 

Parte benissimo Un anno difficile, mettendo subito le carte in tavola (e, a conti fatti, giocandosi le migliori): un serrato montaggio di brani dei discorsi di fine anno dei vari presidenti della Repubblica francesi degli ultimi decenni evidenzia che in tutti è contenuto il passaggio che quello passato è stato un anno difficile, o lo sarà quello a venire; immediatamente dopo, l’assalto degli avventori ad un negozio durante il Black Friday è presentato in slow-motion e, soprattutto, accompagnato dalle note de La valse à mille temps di George Brassens, che conferiscono al tutto un passo armonioso e coreograficamente elaborato. Che la coppia di cineasti transalpini formata da Olivier Nakache e Eric Toledano, di grande successo in patria e con un paio di buone performance al botteghino anche da noi, soprattutto con Quasi amici, voglia finalmente affondare il colpo senza trincerarsi dietro un ecumenismo di fondo volto a offendere il meno possibile e ad accontentare tutto e tutti? A nostro avviso no, o non fino in fondo, e se questa scelta continua e inscriverli all’interno di un circuito di cineasti popolari per temi e linguaggio (circuito al quale si è appena iscritta anche Paola Cortellesi con C’è ancora domani, attendendo di vedere se e come varcherà le Alpi), li esclude però dai favori di tanta critica e del pubblico più cinefilo, che stigmatizzano spesso senz’appello i tentativi di smussare le asperità e comporre i contrasti che spesso caratterizzano i finali scritti dalla coppia. A chi scrive piaceva molto C’est la vie – Prendila come viene, un loro film del 2017 che ha già avuto in Italia sia un remake ufficiale (Il giorno più bello, diretto da Andrea Zalone, autore e sodale di Maurizio Crozza) che uno ufficioso (Il grande giorno di Massimo Venier, con Aldo, Giovanni e Giacomo), e che si ispirava a grandi maestri come Blake Edwards nella composizione della costruzione a cascata di gag. Schema ripreso anche in quest’ultimo film, non a caso, nei segmenti più riusciti.

I due protagonisti, Albert (Pio Marmaï) e Bruno (Jonathan Coen), si arrabattano per sbarcare il lunario e sono entrambi entrati in una spirale debitoria fatta di prestiti e crediti al consumo da cui è difficilissimo uscire, tanto che il primo salva il secondo dal suicidio involontariamente, mentre sta cercando di approfittarsi di lui rifilandogli l’ennesimo oggetto inutile, una Tv ad alta definizione conquistata a botte durante il Black Friday e poi reimmessa sul mercato a trecento euro. Tramite Bruno, Albert fa la conoscenza di Henri Tomasi (Mathieu Amalric), un consulente che dispensa consigli per mantenere il bilancio personale e familiare sostenibile, e di Valentine (Noémie Merlant), una ragazza altoborghese completamente consegnatasi alla causa ambientalista e alla lotta al sovraconsumo. Bastano questi cenni per avere un’idea delle dinamiche pronte a scatenarsi tra questi quattro poli principali, ma l’aggiunta di un paio di esempi può rendere il quadro ancora più chiaro: Albert e Bruno si offrono volontari per il ritiro di oggetti e mobilia dalle case dei ricchi “conquistati” da questo nuovo richiamo all’essenzialità e al francescanesimo, e ne approfittano però per rivenderli e uscire dai debiti personali; il consulente Tomasi, prodigo di richiami alla sobrietà, si rivela ben presto essere un giocatore d’azzardo compulsivo. Tutto narrativamente organizzato, dunque, secondo un rodato schema a svelamento in cui ogni personaggio rivela di avere caratteristiche comuni con il suo opposto, e che si trova a fare quel che fa solo perché il Caso lo ha portato in una direzione piuttosto che nell’altra. Questo approccio deterministico è anche condivisibile, e si comprende bene come arrivi ad essere un contenitore perfetto per l’alternarsi di momenti divertenti e intimisti, ma i Nostri somministrano meriti e colpe con un bilancino che ottiene sì l’effetto di scacciare il manicheismo, ma che appare più come una sorta di manuale Cencelli della responsabilità che colpisce e blandisce allo stesso modo ogni categoria. Il grande successo di pubblico si ottiene anche in questo modo e non c’è nulla di male, ma quando il meccanismo appare così scoperto segnalarlo in sede d’analisi diventa obbligatorio.

Purtroppo alla scoppiettante prima parte non segue un andamento altrettanto brillante nella seconda (c’è un evento specifico che segna la frattura tra le due): a temi abilmente lanciati non corrispondono approdi altrettanto validi e le potenzialità di qualche personaggio vengono completamente sprecate. Ci riferiamo principalmente al Tomasi di Amalric, ridotto presto a macchietta stancamente slapstick mentre sembrava incarnare una delle contraddizioni più interessanti, ma anche a Valentine/Cactus, che non acquista mai una soggettività propria che vada oltre il monologhetto che riassume il suo passato, e rimane una funzione narrativa da attivare nei percorsi degli altri. A cosa servono, poi, due brani straordinari come Little Wing di Jimi Hendrix e The End dei Doors in quel contesto, appiccicati su scene che non sembrano richiederne la presenza? A collegare idealmente i movimenti di protesta attuali con quelli sessantottini? Se era questa l’intenzione, l’obiettivo non è stato centrato. Nakache e Toledano continuano, dunque, il loro percorso in modo tutto sommato coerente, e rimangono capaci di orchestrare e scrivere commedie collettive formalmente “esatte”, con più di un momento brillante; parimenti non sembrano avere, però, lo spessore culturale per infondere ai loro copioni approdi tematici dello stesso livello delle premesse. Per lasciare il paragone con gli anni Sessanta da loro stessi evocato, avrebbero bisogno di uno come Terry Southern a rileggere e innervare il copione. Certo, alla stregua del trovare epigoni contemporanei a Hendrix e Morrison, è tutto tranne che facile.

Pubblicato su quinlan.it, 27/11/2023 di Donato D'Elia