Humans have been secretly abusing aliens for
almost 80 years in this big-hearted thriller starring Josh O’Connor as a
worried whistleblower and a never-more-magnetic Emily Blunt as a weather
forecaster channelling UFO chat.
The old
school is the new school in this very enjoyable and entirely ridiculous
space-alien conspiracy adventure from screenwriter David Koepp and director
Steven Spielberg; it is cheerfully mischievous and deadly serious in equal
measure. It has something of Hitchcock from North By Northwest, Christopher
Nolan from Inception and Spielberg from pretty much every other movie he’s ever
made. Spielberg incidentally appears in the trailer for this film, disclosing
that, hand-on-heart, he really believes in its contents, in the way I imagine
CS Lewis believed in Aslan and the secret Narnian sovereignty of Peter and
Susan.
Only
Spielberg could get away with taking two of the world’s best-known hoaxes –
Roswell and crop circles – and treating them with judicious deadpan respect.
With heartfelt idealism, Spielberg also asks us to believe that should the
ultimate truth come out, people everywhere would be terribly upset at the way
captured aliens have been vivisected. (I suspect that would be very far down
the list of our concerns.)
Emily Blunt
gives a really funny and hyperactive star performance as Margaret Fairchild,
employed in Kansas City, Missouri, as a local TV weather presenter, that
time-honoured movie symbol of pure celeb flightiness and ambition. On a tense
news day, with nuclear powers facing off in North Korea, Margaret gets
light-headed at the sight of a little red bird fluttering into her apartment, a
mysterious apparition which appears to trigger weird Jedi-style mental powers.
She can speak Russian and Korean without knowing she’s doing it; she reads the
mind of the traffic cop pulling her over on the way to work; and when she’s on
camera, her mouth opens and what comes out is a clicking noise, like Flipper
the dolphin sending worrying news from Mars.
Meanwhile,
a brilliant young cybersecurity analyst called Dr Daniel Kellner is risking his
life to be a whistleblower at a secretive corporation called Wardex; he is
played with a priestly expression of martyred determination by Josh O’Connor.
For decades, this creepy company has been working for successive US
governments, advising them on how to handle certain incursions from unusual
parties who may not be, strictly speaking, Earthling, and how to contain and
suppress news of these events. Now Daniel is on the run with a MacGuffiny
mystical object in his fist, planning a disclosure of these state secrets (a
“revelation” maybe sounded too biblical), accompanied by his girlfriend Jane
(Eve Hewson), a former novitiate nun struggling to align her lost vocation with
what she is only just now finding out about.
Daniel is
being pursued in mind and body by sinister Wardex supremo Noah Scanlon, played
with clench-jawed rage and darkly tailored suits by Colin Firth. But Daniel is
also in contact with former boss and fellow whistleblower Hugo Wakefield
(Colman Domingo) who, while on the phone to him coordinating his escape
manoeuvres, appears to be building some sort of occult stage set. (So we can
add Spielberg’s Disclosure Day to Kane Parsons’ Backrooms on the list of films
influenced by Nathan Fielder’s TV series The Rehearsal.)
Eventually,
the lives and destinies of Daniel and Margaret are to come together in a
blissful yet terrifying epiphany, an enlightened surrender to things that are
happening to them in this new, higher, childlike state of adulthood; it is in
effect a coronation of their entwined purity and joint emotional connection to
undreamed-of beings who believe in empathy above all things. (Which is fair
enough, although, in theory, don’t we humans also believe in the primacy of
empathy? Didn’t we once feel that this moral rectitude was consistent with
imperial conquest?)
Disclosure
Day is never anything other than entertaining and grade-A fun; rare enough in
the movies or anywhere else, rocketing along with barnstorming set-pieces,
exhilarating chases, funny lines and a career-topper of a performance from
Blunt who may yet be morphing into a female version of Tom Hanks. But I have to
say that there is an ancient echo from the world of Spielberg’s early career:
the shark or alien is scariest – in fact, exists at its fullest – when it is
unseen. When we see it, there is always the danger of unintended bathos and I
think it is a minor problem here.
Pubblicato su theguardian.com, Peter Bradshaw Tue 9 Jun 2026
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Partendo dalle teorie del complotto Steven Spielberg con Disclosure Day, suo trentacinquesimo lungometraggio, traccia una volta di più una riflessione sulla necessità di credere nell’umano, e nell’immagine; un film dialettico sul linguaggio, che si articola attraverso un action sci-fi rutilante e approda alla meraviglia. Splendida l’interpretazione di Emily Blunt.
Daniel Kellner ha
trafugato dei dati di estrema segretezza dalle mani dell’agenzia
para-governativa per cui lavora, convinto che la popolazione mondiale abbia
diritto di conoscere la “verità”. Per questo deve fuggire, nascondendosi
insieme alla fidanzata Jane, con un passato da novizia, per raggiungere Hugo, a
capo di una cellula clandestina. Nel frattempo a Kansas City Margaret Fairchild,
conduttrice del programma meteo in una emittente televisiva locale, inizia a
comportarsi in modo anomalo, producendosi in versi incomprensibili nel bel
mezzo di una diretta… [sinossi]
La prima immagine che colpisce l’occhio dello spettatore in
Disclosure Day è il piede di un wrestler che colpisce con violenza la macchina
da presa, come se intendesse schiacciarla. Una soggettiva impensabile ma ancor
più insensata, almeno all’apparenza: nulla ha infatti a che vedere il
combattente che sta soccombendo con la vicenda che di lì a pochissimo si
dipanerà. Una soggettiva per di più inusuale, perché all’interno dei codici
delle riprese sportive non è prevista. Steven Spielberg la abbandonerà ben
presto, frugando con lo sguardo in direzione della platea, esaltata dalla
violenza che si sta perpetrando sul ring: lì, tra il pubblico, è seduto anche
uno sperduto Daniel Kellner, con un uomo alle spalle e una donna di lato che lo
minacciano con tanto di pistola premuta contro il costato, affinché dia loro
“qualcosa” che nasconde nello zaino. L’incipit del trentacinquesimo
lungometraggio diretto da Spielberg – trentaquattro quelli ideati direttamente
per il grande schermo, con l’eccezione dell’esordio Duel, inizialmente prodotto
per il passaggio televisivo e solo in un secondo momento destinato al cinema –
da un lato entra in medias res nell’azione, con Daniel che deve liberarsi dei
suoi nemici e intraprendere la fuga insieme alla fidanzata Jane, e dall’altro
sottolinea un punto che è alla base dell’intero film, e forse a ben vedere
della gran parte della speculazione del suo autore: il conflitto/sintesi tra
immagine e parola. In principio è l’immagine, pare indicare quella soggettiva
insensata, ed è l’immagine il veicolo del linguaggio contemporaneo. Ma
l’immagine è un cliché, un loop nel quale neanche ci si rende conto di essere
rinchiusi, e che può venire spezzato solo dalla difformità, dall’inadempienza
allucinatoria alle regole del “vero”, o supposto tale. È la presenza di un
cardinale, un passeriforme tutto rosso tipico dell’America del nord, a
risvegliare qualcosa che è sempre in realtà stato presente sia in Daniel che in
Margaret Fairchild, nota annunciatrice del meteo per un’emittente televisiva di
Kansas City che di colpo in bianco dapprima scopre di saper comprendere e
parlare sia il russo che il coreano e quindi nel bel mezzo della diretta si
lancia in una serie di suoni gutturali del tutto incomprensibili, forma di
linguaggio che nessuno sulla Terra sa comprendere. Meglio: quasi nessuno. Se
l’immagine con cui Margaret (Maggie per gli amici e per il fidanzato Jackson,
un chitarrista che vorrebbe mettere radici in Missouri e mal digerisce il
continuo desiderio di cambiamento della compagna) si presenta al pubblico – e
anche agli spettatori di Disclosure Day – è quella canonica del mezzobusto
televisivo, con tanto di led alle spalle in cui vedere i vortici di alta e
bassa pressione, la sua anomalia linguistica è la base su cui tutto l’intreccio
ordito dal film comincia a dipanarsi.
I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio
mondo, sentenziava Ludwig Wittgenstein in un celebre passaggio del Tractatus
logico-philosophicus, aggiungendo subito dopo che La logica pervade il mondo; i
limiti del mondo sono anche i limiti di essa. Il conflitto tra immagine e
parola, che genera il linguaggio e dunque la meraviglia è uno dei punti
cruciali dell’intera poetica spielberghiana, fin dai tempi di Duel –
l’uomo/logica parlante che combatte contro una macchina/irrazionale agente –,
caustico apologo che mette in dubbio dickianamente il dominio dell’umano. In
Disclosure Day quest’anima si fa fatale, come se si fosse giunti a un passaggio
che non prevede ritorno possibile. Il mondo dopotutto è in fiamme, le notizie
che serpeggiano nell’aria parlano solo ed esclusivamente di conflitti, dalla
Russia alla Corea del Nord, passando per una crisi insanabile dell’Unione
Europea che ha annullato gli accordi di Schengen. È in questo scenario di
guerra che si innesta la rocambolesca fuga di Kellner e Fairchild, la donna che
ha scoperto di saper leggere nella mente delle persone che guarda in viso:
fuggono dall’organizzazione para-governativa, superiore anche all’esercito e al
Federal Bureau, che da decenni impedisce che notizie riguardanti intelligenze
non umane giungano alla popolazione. Tutto è conflitto, in Disclosure Day,
nulla può essere pacificato, anche perché la persona accanto alla quale
dormiamo la notte potrebbe ridestarsi con gli occhi e la volontà di qualcun
altro. In principio era l’immagine, suggerisce Spielberg, ma neanche quella da
sola può condurre alla verità. Perché la verità non è un diritto divino, come
d’altronde conferma anche suor Maura a Jane (“tu non hai perduto la fede in
Dio, ma negli uomini”, monito quanto mai contemporaneo), ma un percorso di
conoscenza di sé, del proprio io e della sua valenza collettiva, condivisa;
l’intelligenza non è la facoltà mentale e cognitiva del singolo, ma di
un’intera umanità che deve vedere, capire, conoscere, e dunque elaborare
nozioni che in realtà giacciono nella profondità di ogni essere vivente, ma
delle quali si è perduta memoria. La verità non è un principio divino, ma
umano. La verità è un diritto dell’umano, sempre che non sia utilizzato per
dominare l’altro, assoggettarlo, sminuirlo, distruggerlo. Di nuovo, come molte
volte è accaduto all’interno della filmografia di Spielberg, l’elemento alieno
serve a destabilizzare e, attraverso la meraviglia (termine che non ha
esclusivamente un’accezione positiva), a costringere gli esseri umani a
riconnettersi tra loro. È così con l’irruzione di E.T. nella vita di Elliot e
della sua famiglia, ma anche ad esempio per quel che concerne il carcarodonte
che minaccia la vita degli abitanti di Amity ne Lo squalo, per i dinosauri del
Jurassic Park o anche per il cavallo protagonista di War Horse.
È la quarta volta che gli alieni entrano dalla porta
principale nella carriera di Spielberg, la sesta in totale considerando il
ruolo laterale svolto in A.I. – Intelligenza artificiale (dove non sono neanche
davvero alieni, tranne che per l’iconologia) e Indiana Jones e il regno del
teschio di cristallo, ma agli arcinoti Incontri ravvicinati del terzo tipo,
E.T. l’extraterrestre, La guerra dei mondi e ora Disclosure Day va aggiunto
anche l’invisibile Firelight, il lungometraggio di oltre due ore che il regista
girò a diciassette anni per programmarlo poi in un cinema di Phoenix (dove
all’epoca viveva), che ruota attorno all’apparizione di strane luci circolari
nel cielo della città. In nessuna occasione le figure non umane sono state
rappresentate con la stessa forma, o affinché svolgessero metaforicamente il
medesimo ruolo, a testimonianza di come non sia l’UFO in sé ad attirare
l’attenzione di Spielberg, ma semmai il modo in cui questo elemento fuori dalla
prassi logica sia in grado di fungere da detonatore dell’esperienza umana.
Prima ancora di credere nell’immaginario Spielberg crede pervicacemente
nell’umano, nella sua forza, nella sua sostanza, nella sua capacità di ergersi
al di sopra del proprio limite, o per meglio dire di riconfigurare detto
limite. È così anche in Disclosure Day, che purtroppo taluni scambieranno per
una requisitoria complottista – accadde lo stesso anche per Glass di M. Night
Shyamalan, film che per certi versi ha ben più di un tratto in comune con
questo, così come altre suggestioni dell’universo shyamalaniano – ma è in tutta
evidenza l’ennesimo tentativo di convincere l’umano ad aver fiducia nei suoi
simili, e non solo nell’immagine predetta o nel verbo già metabolizzato. Non
può dunque che essere quello di Margaret, una splendida Emily Blunt, il
personaggio principale del racconto, l’unico in grado di leggere (nel)le
persone, di parlare ogni lingua, di risolvere il conflitto del linguaggio, di
trovare la connessione tra l’immagine e la parola, tra l’icona e l’etichetta:
perché se Fairchild può far intuire i buoni costumi di una bambina, il cognome
rimanda anche alla Fairchild Semiconductor, azienda storica dell’informatica
che nel 1960 inventò il chip. Margaret è una sorta di anticristo gentile, e non
pare casuale che il suo ricordo celato d’infanzia, quello che le fa fare ancora
da adulta terribili incubi notturni (“quasi ogni notte”, così Jackson informa
la dottoressa a cui si rivolgono quando ancora si pensa che il suo dono possa
essere segnale presago di nefaste conseguenze fisiche e mentali), rimandi in
qualche modo alle figure animalesche che Lars von Trier inseriva nel suo
Antichrist – altro film che si interrogava sulla verità naturale intima e
collettiva. Anche qui c’è una volpe (e il caos regna sovrano), al posto del
cerbiatto c’è un cervo e in luogo del corvo il succitato cardinale.
Ma in questo complesso ordito, che in qualche modo tiene
insieme tutte le istanze del cinema di Spielberg, come se ogni opera fosse il
contrappunto visionario di un’urgenza autobiografica o ancor più spietatamente
auto-analitica, Disclosure Day è anche un film sugli Stati Uniti, sull’urgenza
di potere, dominio e occultamento del vero che non è questione meramente
odierna ma si muove come un fil rouge nelle pieghe dell’intero ammasso novecentesco,
fin dalla fine del secondo conflitto bellico mondiale. Dopotutto l’incidente di
Roswell è del 1947, due anni dopo la caduta della Germania e del Giappone e la
conferenza di Yalta. Sono 79 anni, afferma Hugo, che gli Stati Uniti d’America
costringono il mondo nella loro visione occultata delle cose, nella loro
riaffermazione del “vero”, quasi si trattasse di un verbo divino: è ora di dire
basta, conclude. È come se Disclosure Day fosse un nuovo D-Day, il tentativo di
ripartire su basi nuove, una volta tanto condivise e non basate sull’idea del
nascondimento, della dissimulazione. Sperando ancora nell’umano, e non in
un’immagine digitale preordinata. Nell’umano e nel linguaggio. “Ascoltate”. In
principio erano l’immagine e il verbo.
Pubblicato su quinlan.it, 09/06/2026 by Raffaele Meale
