lunedì 15 giugno 2026

Disclosure Day di Steven Spielberg (2026)

 

Humans have been secretly abusing aliens for almost 80 years in this big-hearted thriller starring Josh O’Connor as a worried whistleblower and a never-more-magnetic Emily Blunt as a weather forecaster channelling UFO chat.

The old school is the new school in this very enjoyable and entirely ridiculous space-alien conspiracy adventure from screenwriter David Koepp and director Steven Spielberg; it is cheerfully mischievous and deadly serious in equal measure. It has something of Hitchcock from North By Northwest, Christopher Nolan from Inception and Spielberg from pretty much every other movie he’s ever made. Spielberg incidentally appears in the trailer for this film, disclosing that, hand-on-heart, he really believes in its contents, in the way I imagine CS Lewis believed in Aslan and the secret Narnian sovereignty of Peter and Susan.

Only Spielberg could get away with taking two of the world’s best-known hoaxes – Roswell and crop circles – and treating them with judicious deadpan respect. With heartfelt idealism, Spielberg also asks us to believe that should the ultimate truth come out, people everywhere would be terribly upset at the way captured aliens have been vivisected. (I suspect that would be very far down the list of our concerns.)

Emily Blunt gives a really funny and hyperactive star performance as Margaret Fairchild, employed in Kansas City, Missouri, as a local TV weather presenter, that time-honoured movie symbol of pure celeb flightiness and ambition. On a tense news day, with nuclear powers facing off in North Korea, Margaret gets light-headed at the sight of a little red bird fluttering into her apartment, a mysterious apparition which appears to trigger weird Jedi-style mental powers. She can speak Russian and Korean without knowing she’s doing it; she reads the mind of the traffic cop pulling her over on the way to work; and when she’s on camera, her mouth opens and what comes out is a clicking noise, like Flipper the dolphin sending worrying news from Mars.

Meanwhile, a brilliant young cybersecurity analyst called Dr Daniel Kellner is risking his life to be a whistleblower at a secretive corporation called Wardex; he is played with a priestly expression of martyred determination by Josh O’Connor. For decades, this creepy company has been working for successive US governments, advising them on how to handle certain incursions from unusual parties who may not be, strictly speaking, Earthling, and how to contain and suppress news of these events. Now Daniel is on the run with a MacGuffiny mystical object in his fist, planning a disclosure of these state secrets (a “revelation” maybe sounded too biblical), accompanied by his girlfriend Jane (Eve Hewson), a former novitiate nun struggling to align her lost vocation with what she is only just now finding out about.

Daniel is being pursued in mind and body by sinister Wardex supremo Noah Scanlon, played with clench-jawed rage and darkly tailored suits by Colin Firth. But Daniel is also in contact with former boss and fellow whistleblower Hugo Wakefield (Colman Domingo) who, while on the phone to him coordinating his escape manoeuvres, appears to be building some sort of occult stage set. (So we can add Spielberg’s Disclosure Day to Kane Parsons’ Backrooms on the list of films influenced by Nathan Fielder’s TV series The Rehearsal.)

Eventually, the lives and destinies of Daniel and Margaret are to come together in a blissful yet terrifying epiphany, an enlightened surrender to things that are happening to them in this new, higher, childlike state of adulthood; it is in effect a coronation of their entwined purity and joint emotional connection to undreamed-of beings who believe in empathy above all things. (Which is fair enough, although, in theory, don’t we humans also believe in the primacy of empathy? Didn’t we once feel that this moral rectitude was consistent with imperial conquest?)

Disclosure Day is never anything other than entertaining and grade-A fun; rare enough in the movies or anywhere else, rocketing along with barnstorming set-pieces, exhilarating chases, funny lines and a career-topper of a performance from Blunt who may yet be morphing into a female version of Tom Hanks. But I have to say that there is an ancient echo from the world of Spielberg’s early career: the shark or alien is scariest – in fact, exists at its fullest – when it is unseen. When we see it, there is always the danger of unintended bathos and I think it is a minor problem here.

Pubblicato su theguardian.com, Peter Bradshaw Tue 9 Jun 2026 

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Partendo dalle teorie del complotto Steven Spielberg con Disclosure Day, suo trentacinquesimo lungometraggio, traccia una volta di più una riflessione sulla necessità di credere nell’umano, e nell’immagine; un film dialettico sul linguaggio, che si articola attraverso un action sci-fi rutilante e approda alla meraviglia. Splendida l’interpretazione di Emily Blunt.

Daniel Kellner ha trafugato dei dati di estrema segretezza dalle mani dell’agenzia para-governativa per cui lavora, convinto che la popolazione mondiale abbia diritto di conoscere la “verità”. Per questo deve fuggire, nascondendosi insieme alla fidanzata Jane, con un passato da novizia, per raggiungere Hugo, a capo di una cellula clandestina. Nel frattempo a Kansas City Margaret Fairchild, conduttrice del programma meteo in una emittente televisiva locale, inizia a comportarsi in modo anomalo, producendosi in versi incomprensibili nel bel mezzo di una diretta… [sinossi]

La prima immagine che colpisce l’occhio dello spettatore in Disclosure Day è il piede di un wrestler che colpisce con violenza la macchina da presa, come se intendesse schiacciarla. Una soggettiva impensabile ma ancor più insensata, almeno all’apparenza: nulla ha infatti a che vedere il combattente che sta soccombendo con la vicenda che di lì a pochissimo si dipanerà. Una soggettiva per di più inusuale, perché all’interno dei codici delle riprese sportive non è prevista. Steven Spielberg la abbandonerà ben presto, frugando con lo sguardo in direzione della platea, esaltata dalla violenza che si sta perpetrando sul ring: lì, tra il pubblico, è seduto anche uno sperduto Daniel Kellner, con un uomo alle spalle e una donna di lato che lo minacciano con tanto di pistola premuta contro il costato, affinché dia loro “qualcosa” che nasconde nello zaino. L’incipit del trentacinquesimo lungometraggio diretto da Spielberg – trentaquattro quelli ideati direttamente per il grande schermo, con l’eccezione dell’esordio Duel, inizialmente prodotto per il passaggio televisivo e solo in un secondo momento destinato al cinema – da un lato entra in medias res nell’azione, con Daniel che deve liberarsi dei suoi nemici e intraprendere la fuga insieme alla fidanzata Jane, e dall’altro sottolinea un punto che è alla base dell’intero film, e forse a ben vedere della gran parte della speculazione del suo autore: il conflitto/sintesi tra immagine e parola. In principio è l’immagine, pare indicare quella soggettiva insensata, ed è l’immagine il veicolo del linguaggio contemporaneo. Ma l’immagine è un cliché, un loop nel quale neanche ci si rende conto di essere rinchiusi, e che può venire spezzato solo dalla difformità, dall’inadempienza allucinatoria alle regole del “vero”, o supposto tale. È la presenza di un cardinale, un passeriforme tutto rosso tipico dell’America del nord, a risvegliare qualcosa che è sempre in realtà stato presente sia in Daniel che in Margaret Fairchild, nota annunciatrice del meteo per un’emittente televisiva di Kansas City che di colpo in bianco dapprima scopre di saper comprendere e parlare sia il russo che il coreano e quindi nel bel mezzo della diretta si lancia in una serie di suoni gutturali del tutto incomprensibili, forma di linguaggio che nessuno sulla Terra sa comprendere. Meglio: quasi nessuno. Se l’immagine con cui Margaret (Maggie per gli amici e per il fidanzato Jackson, un chitarrista che vorrebbe mettere radici in Missouri e mal digerisce il continuo desiderio di cambiamento della compagna) si presenta al pubblico – e anche agli spettatori di Disclosure Day – è quella canonica del mezzobusto televisivo, con tanto di led alle spalle in cui vedere i vortici di alta e bassa pressione, la sua anomalia linguistica è la base su cui tutto l’intreccio ordito dal film comincia a dipanarsi.

I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo, sentenziava Ludwig Wittgenstein in un celebre passaggio del Tractatus logico-philosophicus, aggiungendo subito dopo che La logica pervade il mondo; i limiti del mondo sono anche i limiti di essa. Il conflitto tra immagine e parola, che genera il linguaggio e dunque la meraviglia è uno dei punti cruciali dell’intera poetica spielberghiana, fin dai tempi di Duel – l’uomo/logica parlante che combatte contro una macchina/irrazionale agente –, caustico apologo che mette in dubbio dickianamente il dominio dell’umano. In Disclosure Day quest’anima si fa fatale, come se si fosse giunti a un passaggio che non prevede ritorno possibile. Il mondo dopotutto è in fiamme, le notizie che serpeggiano nell’aria parlano solo ed esclusivamente di conflitti, dalla Russia alla Corea del Nord, passando per una crisi insanabile dell’Unione Europea che ha annullato gli accordi di Schengen. È in questo scenario di guerra che si innesta la rocambolesca fuga di Kellner e Fairchild, la donna che ha scoperto di saper leggere nella mente delle persone che guarda in viso: fuggono dall’organizzazione para-governativa, superiore anche all’esercito e al Federal Bureau, che da decenni impedisce che notizie riguardanti intelligenze non umane giungano alla popolazione. Tutto è conflitto, in Disclosure Day, nulla può essere pacificato, anche perché la persona accanto alla quale dormiamo la notte potrebbe ridestarsi con gli occhi e la volontà di qualcun altro. In principio era l’immagine, suggerisce Spielberg, ma neanche quella da sola può condurre alla verità. Perché la verità non è un diritto divino, come d’altronde conferma anche suor Maura a Jane (“tu non hai perduto la fede in Dio, ma negli uomini”, monito quanto mai contemporaneo), ma un percorso di conoscenza di sé, del proprio io e della sua valenza collettiva, condivisa; l’intelligenza non è la facoltà mentale e cognitiva del singolo, ma di un’intera umanità che deve vedere, capire, conoscere, e dunque elaborare nozioni che in realtà giacciono nella profondità di ogni essere vivente, ma delle quali si è perduta memoria. La verità non è un principio divino, ma umano. La verità è un diritto dell’umano, sempre che non sia utilizzato per dominare l’altro, assoggettarlo, sminuirlo, distruggerlo. Di nuovo, come molte volte è accaduto all’interno della filmografia di Spielberg, l’elemento alieno serve a destabilizzare e, attraverso la meraviglia (termine che non ha esclusivamente un’accezione positiva), a costringere gli esseri umani a riconnettersi tra loro. È così con l’irruzione di E.T. nella vita di Elliot e della sua famiglia, ma anche ad esempio per quel che concerne il carcarodonte che minaccia la vita degli abitanti di Amity ne Lo squalo, per i dinosauri del Jurassic Park o anche per il cavallo protagonista di War Horse.

È la quarta volta che gli alieni entrano dalla porta principale nella carriera di Spielberg, la sesta in totale considerando il ruolo laterale svolto in A.I. – Intelligenza artificiale (dove non sono neanche davvero alieni, tranne che per l’iconologia) e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ma agli arcinoti Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. l’extraterrestre, La guerra dei mondi e ora Disclosure Day va aggiunto anche l’invisibile Firelight, il lungometraggio di oltre due ore che il regista girò a diciassette anni per programmarlo poi in un cinema di Phoenix (dove all’epoca viveva), che ruota attorno all’apparizione di strane luci circolari nel cielo della città. In nessuna occasione le figure non umane sono state rappresentate con la stessa forma, o affinché svolgessero metaforicamente il medesimo ruolo, a testimonianza di come non sia l’UFO in sé ad attirare l’attenzione di Spielberg, ma semmai il modo in cui questo elemento fuori dalla prassi logica sia in grado di fungere da detonatore dell’esperienza umana. Prima ancora di credere nell’immaginario Spielberg crede pervicacemente nell’umano, nella sua forza, nella sua sostanza, nella sua capacità di ergersi al di sopra del proprio limite, o per meglio dire di riconfigurare detto limite. È così anche in Disclosure Day, che purtroppo taluni scambieranno per una requisitoria complottista – accadde lo stesso anche per Glass di M. Night Shyamalan, film che per certi versi ha ben più di un tratto in comune con questo, così come altre suggestioni dell’universo shyamalaniano – ma è in tutta evidenza l’ennesimo tentativo di convincere l’umano ad aver fiducia nei suoi simili, e non solo nell’immagine predetta o nel verbo già metabolizzato. Non può dunque che essere quello di Margaret, una splendida Emily Blunt, il personaggio principale del racconto, l’unico in grado di leggere (nel)le persone, di parlare ogni lingua, di risolvere il conflitto del linguaggio, di trovare la connessione tra l’immagine e la parola, tra l’icona e l’etichetta: perché se Fairchild può far intuire i buoni costumi di una bambina, il cognome rimanda anche alla Fairchild Semiconductor, azienda storica dell’informatica che nel 1960 inventò il chip. Margaret è una sorta di anticristo gentile, e non pare casuale che il suo ricordo celato d’infanzia, quello che le fa fare ancora da adulta terribili incubi notturni (“quasi ogni notte”, così Jackson informa la dottoressa a cui si rivolgono quando ancora si pensa che il suo dono possa essere segnale presago di nefaste conseguenze fisiche e mentali), rimandi in qualche modo alle figure animalesche che Lars von Trier inseriva nel suo Antichrist – altro film che si interrogava sulla verità naturale intima e collettiva. Anche qui c’è una volpe (e il caos regna sovrano), al posto del cerbiatto c’è un cervo e in luogo del corvo il succitato cardinale.

Ma in questo complesso ordito, che in qualche modo tiene insieme tutte le istanze del cinema di Spielberg, come se ogni opera fosse il contrappunto visionario di un’urgenza autobiografica o ancor più spietatamente auto-analitica, Disclosure Day è anche un film sugli Stati Uniti, sull’urgenza di potere, dominio e occultamento del vero che non è questione meramente odierna ma si muove come un fil rouge nelle pieghe dell’intero ammasso novecentesco, fin dalla fine del secondo conflitto bellico mondiale. Dopotutto l’incidente di Roswell è del 1947, due anni dopo la caduta della Germania e del Giappone e la conferenza di Yalta. Sono 79 anni, afferma Hugo, che gli Stati Uniti d’America costringono il mondo nella loro visione occultata delle cose, nella loro riaffermazione del “vero”, quasi si trattasse di un verbo divino: è ora di dire basta, conclude. È come se Disclosure Day fosse un nuovo D-Day, il tentativo di ripartire su basi nuove, una volta tanto condivise e non basate sull’idea del nascondimento, della dissimulazione. Sperando ancora nell’umano, e non in un’immagine digitale preordinata. Nell’umano e nel linguaggio. “Ascoltate”. In principio erano l’immagine e il verbo.

Pubblicato su quinlan.it, 09/06/2026 by Raffaele Meale